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MTB PLAYERS #10 / Manzoni e Berria Polimedical: «Puntiamo dritto ai Giochi»

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MTB PLAYERS #10 / Manzoni e Berria Polimedical: «Puntiamo dritto ai Giochi»
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Se state cercando un modello di volontà e determinazione, Loredana Manzoni è la persona che fa per voi. «Sono una donna, e la donna deve sempre dimostrare di più. E io sono una donna nella mtb». Dietro le ambizioni della Berria Polimedical non c’è solo il talento e l’organizzazione. La competenza di Manzoni (e del suo staff) è decisiva, tutto passa da lì. «Non sono una ex atleta, non ho vinto medaglie. Il mio punto di forza è lo studio. E uno staff competente. Quando vado da uno sponsor non è facile: per un ex atleta è più semplice, ma io vado avanti. Sempre». Undici anni fa, quando mise in piedi «per caso» il suo team, il futuro non lo potevi scorgere. Oggi Berria Polimedical è una realtà solida e con atleti che vogliono provare a prendersi le Olimpiadi. Un nome su tutti: Diego Alfonso Arias Cuervo, che vuole Parigi per rappresentare la Colombia. «Quant’anno siamo tornati da soli, abbiamo grandi ambizioni. Dico solo questo: voliamo bassi, ma le aspettative sono altissime. E poi sono scaramantica».

Diego Alfonso Arias Cuervo, classe 1988, pronto a lottare per ottenere il posto alle Olimpiadi di Parigi come rappresentante del proprio paese: la Colombia. Nella foto anche Duvan Pena (2002), altro atleta che cerca il pass olimpico

Non vuole sbilanciarsi?
«Col gatto nero mi fermo, non vado più da nessuna parte. Una volta tornavo da un viaggio, era quasi mezzanotte, un gatto nero mi ha attraversato la strada. Sono scesa e sono andata a piedi. Ho visto gatti neri di tutti i tipi: uno con un atleta in testa che a quattro chilometri dal traguardo ha rotto il manubrio, ma potrei raccontarne diversi».

E i suoi atleti che dicono?
(ride) «I miei atleti sono scaramantici come me, e quindi non rompono. Non voglio sentir parlare di pronostici di gara, se qualcuno mi dice “oh, il tuo atleta è davanti” partono gesti di tutti i tipi».

Ci perdonerà: che progetti avete per quest’anno?
«Abbiamo due atleti colombiani che vorrebbero andare alle Olimpiadi e c’è un posto solo. Una cosa è sicura: lotteremo sempre, con le unghie e con i denti. È un anno di massimo impegno. Nel Marathon siamo sicuri di raccogliere. Prendere un atleta come Diego e metterlo nel cross country non è facile. Ma vogliamo fare il massimo».

L’anno olimpico cosa significa per lei?
«Sono una delle poche donne nel settore mtb, forse l’unica manager, che ha vinto consecutivamente due mondiali e un argento. Non esistono donne e squadre che hanno fatto così. Ora, avere un atleta che partecipa ai Giochi è un altro step. D’accordo, lì ci saranno monumenti della mtb. Ma sapere che se ne può far parte è bello. Noi siamo una realtà piccolissima. Le Olimpiadi per me sarebbero una rivincita in un mondo maschilista».

Come si è avvicinata alla mtb?
«Mio marito ha corso su strada, ma la passione del ciclismo in casa c’è sempre stata. Da fidanzata guardavo il Giro d’Italia, il Tour de France, è un mondo che mi ha sempre affascinato molto. Sostengo lo sport, è importante. Io però non sono una che pedala. Mio marito lavorava nel Team Bianchi come fisioterapista. Cominciammo a seguire un atleta che nel 2013 era rimasto senza team, un colombiano. Mi dicevano: perché non fai la squadra? Bianchi mi ha dato una mano. Doveva essere una cosa di un anno e invece poi quando entri in un circuito delle gare non puoi farne a meno. Arrivi a ottobre estenuato, non ne puoi più, è impegnativo. Un mese dopo vuoi ricominciare».

Che rapporto ha con i suoi atleti?
«Sono la prima tifosa dei ragazzi, li seguo sui campi gara. Fare un team sulla strada sarebbe stato impossibile, al massimo avrei potuto essere un collaboratore. Nella mtb si è creato un ambiente bello. Ma certo il lato economico in Italia è una cosa da niente. All’estero i team di cross country sono delle aziende, qui è un’altra cosa, sei quasi un volontario».

A proposito di estero, l’esperienza di Abu Dhabi?
«È stata davvero fantastica. Non tanto per la gara in sé, ma per la prova materiali. È stato il primo momento in cui hanno provato le bici. Per il resto non ci aspettavamo di fare di più. Duvan Pena è comunque arrivato a 4 secondi da Sagan, niente male».

Quanto è difficile gestire un team?
«Un leader deve sapere tutto. Non so fare il meccanico, ma se c’è da cambiare una corona, una catena, se c’è da fare piccole cosine io le faccio. Quando un atleta ti dice che ha un problema tu lo devi capire. E come ho detto: la donna deve dimostrare più degli altri. Devi restare al passo con tutto, anche con le tecnologie. Invece per me non è difficile la parte organizzativa».

Come si combatte l’ambiente maschilista?
«La nostra società parla di parità di sessi, ma sono parole al vento. La donna deve sempre dimostrare di più. Abbiamo iniziato un processo di cambiamento, ma è lungo. L’uomo dirigente è l’uomo dirigente, la donna manager deve sempre fare di più. Eh no, basta. Io lotto sempre. Ci credo».