Il mondo della downhill riceve sempre più attenzioni e conquista un numero sempre maggiore di appassionati. Eleonora Farina veste la maglia di campionessa europea e il giovane Chris Hauser ha già cominciato quest’anno a raccogliere ottimi risultati a livello junior tra cui il podio dello scorso weekend in Andorra, ma tutta la squadra sembra essere in grande crescita. Abbiamo fatto il punto con Simone Fabbri, dal 2021 commissario tecnico della nazionale di Dh – che vanta già esperienze in nazionale come meccanico – per farci raccontare il mondo della discesa e le speranze degli azzurri.

Come come hai messo su questa squadra che comincia a dare risultati sempre più importanti?
«Diciamo tranquillamente in punta di piedi perché comunque anche se con mansioni diverse, ho già lavorato in Nazionale. Oltretutto i ragazzi li conoscevo già tutti perché fino a qualche anno fa partecipavo anch’io come amatore alle gare nazionali di discesa. Lo facevo per diletto e divertimento, come poi sempre fatto del resto, perché ho sempre lavorato».
E ora che sei al comando del reparto di discesa come ti trovi?
«Questo passaggio è stato facile perché ho sempre fatto da meccanico e c’era un buon rapporto con tutti. Mi sento benvoluto nell’ambiente e sto lavorando nel solco di quel che è stato fatto negli anni passati anche se ora sono io a dettare le linee guida. Però condivido sempre le idee con i miei collaboratori che mi danno una grossa mano».

Ce n’è qualcuno in particolare?
«Sicuramente tra i principali c’è Nicola Casadei, un giovane espertissimo e molto sul pezzo. Lui ha gareggiato tanto, anzi è diventato amatore quest’anno perché per poter essere tesserato con la figura del tecnico non puoi essere un agonista. Così ha deciso di svestirsi dei panni da élite accontentandosi della tessera master per fare qualche gara con gli amici ogni tanto, come ha appena fatto questo weekend al Lago di Garda, dove ha partecipato a una gara in cui ha fatto il primo tempo assoluto».
È uno forte quindi…
«Sì, ha doti incredibili sulla bici oltre ad essere simpatico e tipicamente romagnolo come me. Mi aiuta tantissimo perché alza l’asticella in discesa e mette in difficoltà gli atleti, in modo positivo si intende! Io in discesa ero un amatore con ottimi tempi, ma a quarantatré anni cambia il gas che riesci ad aprire in discesa. Quindi anche i più giovani vanno più forte di me perché ormai i ragazzini vanno fortissimo. Quindi se Casadei li spinge sul tecnico io cerco di far leva più che altro sul punto di vista atletico e dell’alimentazione».
Quindi avete messo su un sistema per cui lui li incalza dal punto di vista tecnico e tu dal punto di vista atletico?
«Nicola conosce bene anche i bike park dove allenarsi e questo permette di provare una grande varietà di terreni. Molto meglio rispetto a concentrarsi solo sui percorsi di gara dove nell’arco del weekend provi e riprovi sempre lo stesso tracciato, e quindi ad un certo punto la discesa la metabolizzi. E un altro punto per noi importante è quello di allenarsi tutti insieme: giovanissimi ed élite, ragazzi e ragazze. Questo è il sistema per migliorare in modo organico e crescere come squadra. E sì, per i ragazzi giovani è importante “gareggiare” con qualcuno di più forte, ma si impara da tutti. A volte a stare con qualcuno di leggermente più lento consente di migliorarsi. Anche osservare gli errori degli altri aiuta a evitare di farli o permette di correggere i propri, che si fanno magari in maniera meno amplificata. Così abbiamo cercato di incastrare i ritiri con più persone ottimizzando al massimo».

C’è interesse anche per il mondo dell’Enduro?
«Sì, anche se io ancora non ho la delega e l’incarico per l’enduro pare che ci sarà da qui a non troppo tempo un programma enduro. Questo dipende dal fatto che si riesca a ufficializzare o meno un campionato mondiale Uci anche per la disciplina enduro. A quel punto potrebbe nascere da parte della federazione l’esigenza di un’attività specifica anche su questa specialità. Io ho cercando di farmi un pochino avanti e già da quest’anno ho coinvolto qualche endurista durante i ritiri».
Gloria Scarsi ha fatto vedere ai mondiali di che pasta è fatta.
«Io la conosco da ben prima che iniziasse a correre per Canyon. L’avevo vista girare nelle mie zone e ho capito subito che era una ragazza di grande livello. Sulla tecnica ci si può lavorare, ma la dote della velocità è difficile da costruire. Veniva da un’altra disciplina, la pista, dove ha vinto tantissimo da ragazzina. E ha corso anche su strada. Aveva già l’impostazione di chi sa andare veloce. Quindi l’abbiamo coinvolta in qualche ritiro nelle vicinanze di casa sua a Finale Ligure, insieme a Tommaso Francardo. Sono venuti a loro spese e abbiamo fatto qualche discesa insieme con cronometraggio e videoanalisi».
E da lì al mondiale?
«Sono andato a vederla al campionato italiano di enduro. Avevo calcolato che ci sarebbe stata una bella finestra di tempo prima della successiva gara le ho chiesto se per caso Canyon avesse una bici da DH da darle. Le ho fatto capire che con una buona prova al campionato italiano di discesa magari ci sarebbe stato un biglietto per la Scozia anche per lei. E abbiamo parlato anche con il team manager ed entrambi sono stati d’accordo. E al campionato nazionale di DH ha fatto il miglior tempo in prova. Io mi ero messo in un un paio di punti strategici dove si capiva bene come come andavano e lei ha fatto una differenza netta sulla sulle altre. Poi in gara è caduta e ha perso un po’ di tempo anche per la foga di far bene. Ma questo non è sbagliato: è molto giovane ed è una che corre per vincere. In ogni caso se non fosse caduta si sarebbe giocata la vittoria».

Come vedi questo binomio sempre più forte tra enduro e DH?
«Io vedo un filo sottile tra le due discipline: il modo di correre la gara è molto simile. E non a caso i più forti enduristi sono ottimi discesisti e viceversa. È vero anche che una gara di enduro può durare fino a cinque, sei ore, e per certi aspetti questo la fa somigliare più al marathon per gestione delle forze e delle energie».
E questa vicinanza influisce anche negli allenamenti?
«Sicuramente la preparazione dal punto di vista atletico è ciò che differenzia di più le due discipline. È difficile fare entrambe, più che altro dal punto di vista organizzativo. Ma nel periodo invernale bisognerebbe fare entrambe le cose. Un endurista dovrebbe usare il cronometro e curare di più la tecnica e la messa a punto del mezzo, come il discesista deve creare una base aerobica. Io i ragazzi li faccio pedalare: a un ritiro di tre giorni abbiamo fatto il primo giorno 1.200 metri di dislivello, il secondo discesa e il terzo 2.250 metri di dislivello. E farli con le bici da enduro non è una passeggiata».
Hai citato la messa a punto del mezzo. Tu sei anche un meccanico.
«Sì, è stato il mio lavoro per tantissimi anni e continuo a farlo anche se la mia mansione è un po’ più politica. Sono stato tra i primissimi ad operare sulle sospensioni e ho anche fatto il meccanico nel team di Bianchi per il cross country. Io lavoro a 360 gradi nel mondo bici e mi piace sporcarmi anche le mani quando serve, portando la mia esperienza che mi ha insegnato a sapermela cavare con materiale di brand diversi. Nella nostra squadra tutti sanno fare tutto. C’è grande passione».
All’Italia cosa manca per arrivare ai livelli di Francia e Gran Bretagna?
«Sicuramente non tutte le stagioni sono uguali e dal punto di vista dell’organizzazione, a livello logistico e di preparazione degli eventi non ci manca nulla. Quello che ancora manca da noi è il bacino d’utenza di biker che hanno in quelle nazioni. Ma anche da noi si sta vedendo una metamorfosi, soprattutto nelle categorie giovanili. Nelle gare di Coppa Italia di enduro o discesa categorie come quelle degli esordienti stanno alzando l’asticella in maniera incredibile. I ragazzini stanno tirando fuori un livello pazzesco».
Tra i nostri giovani Hauser è rappresentativo di questo cambiamento.
«L’anno scorso abbiamo portato all’Europeo a Maribor Hauser e Mascherin quando erano entrambi allievi. Era anche un modo per dare un segnale a tutti gli altri ragazzini, pure quelli che vanno meno forte. C’è modo di crescere e di indossare la maglia azzurra. Vedere dei coetanei o poco più in una rappresentazione internazionale è importante. E lo stesso vale per le ragazze».
Anche loro stanno andando forte.
«Quest’anno ne avevamo convocate quattro (Eleonora Farina, Veronika Widmann, Gloria Scarsi e Clarissa Carzolio, ndr), oltre ai tre ragazzi. Il movimento femminile è in grande crescita e il livello sempre più alto. Io ci credo molto e anche per le ragazzine che fanno mtb vedere tante atlete a una manifestazione iridata è uno stimolo a continuare e a migliorarsi. E all’Europeo Eleonora Farina (che ha vinto la gara) era davvero sul pezzo e ha fatto vedere tempi incredibili».

E il bilancio del Mondiale qual è?
«Dal punto di vista del medagliere è palese: siamo tornati a bocca asciutta. Però io mi ritengo più che soddisfatto. Perché i sette ragazzi che ho portato hanno veramente dimostrato carattere, attitudini e capacità. Questo è l’atteggiamento giusto soprattutto per partecipare a un mondiale, a una gara con una pressione pazzesca. Poi a Forth William c’è un grande flusso di spettatori, è impressionante. Ma hanno dato tutti il massimo dal cancelletto al traguardo. Revelli e Palazzari forse se fossero scesi prima della pioggia avrebbero fatto ancora meglio e se Veronika Widmann non avesse forato avremmo con ogni probabilità avuto tre ragazze nella top10. I suoi primi intermedi erano davvero ottimi. E purtroppo Clarissa Carzolio è caduta in prova ed è finita in ospedale. Era la sua prima gara internazionale e ha peccato di troppa foga, ma è giovanissima e si rifarà».
Che obiettivi hai per le prossime gare?
«Penso che abbiamo una squadra solida e non solo un atleta di punta a cui aggrapparci. Penso che questo sia il modo giusto di lavorare e prima o poi il grande risultato arriverà».
Sei stato al Brn Village?
«È incredibile. Se penso che qualche hanno fa avevo costruito una pump track con mio figlio che però abbiamo dovuto eliminare perché troppo difficile da gestire davvero non ci credo. Conosco bene i fratelli Bernardi e penso che abbiano fatto qualcosa di veramente incredibile. Quest’estate era pieno di famiglie: magari i genitori facevano colazione e intanto i figli giravano. Inoltre è costruito per una progressione didattica che accompagna dalla balace bike ai salti da dirt. È davvero per tutti e avvicina i giovanissimi alla bici».
Un paio di anni fa sei stato operato per un glioma al cervello. Questo ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo?
«È una situazione con cui convivo e con cui lavorerò fino all’ultimo. È una cosa che da una parte mi spaventa tantissimo, dall’altra mi dà una forza che prima non avevo. Come atteggiamento ho sempre guardato il bicchiere mezzo pieno e mi sono sempre spremuto per poter portare a termine le mie passioni come downhill e quindi non mi posso, diciamo, arrendere o fa spaventare da questa cosa. La bici è un ambiente è sano e giovane, e questo sicuramente aiuta».














