Palazzari: «Costruivo sentieri nei bike park. Oggi corro per la top20 del mondo»

Palazzari in azione con la maglia della nazionale. (Credit: Ross Bell)
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La strada per il successo non è mai semplice. Bisogna dire, però, che quella di Davide Palazzari è stata particolarmente accidentata, sicuramente più di altre. Partire dalla Sardegna ed arrivare in Coppa del Mondo Downhill non è da tutti: per questo motivo ogni piccolo, minuscolo passo in avanti rappresenta un successo. In questo 2023 ha già ottenuto piazzamenti di tutto rispetto, vincendo per la seconda volta il Campionato italiano ed arrivando settimo nello scorso week-end in Coppa del Mondo. «Ora, però, il risultato singolo non mi basta più. La top10 in Coppa del Mondo era un obiettivo che mi ero posto, ora che l’ho raggiunto devo passare allo step successivo: sono a pochi punti dal ventesimo posto nel ranking mondiale e ancora tutto è possibile. Se voglio risalire, però, non devo fare errori nelle prossime tre prove di Coppa. E’ come in altri sport, vince il campionato chi ha il rendimento più costante in tutta la stagione, non chi straccia l’avversario una sola volta».

In generale, come sta andando la stagione?
«Procede bene, ma è ancora troppo lunga per dare un giudizio. Dopo le difficoltà dello scorso anno, sto ritrovando la costanza del 2021. Di qui in avanti non cercherò ossessivamente il piazzamento, ma semplicemente la miglior run possibile, come ho fatto a Loudenvielle. L’ambiente rilassato all’interno del team mi aiuta molto: nel Downhill avere la mente libera è la prima cosa».

A Loudenvielle è stata annullata la gara Juniores per maltempo. In che condizioni hai trovato il campo gara?
«Quello scorso, è stato un week-end particolare. La finale Juniores non c’è stata e sono stati presi tempi e piazzamenti dalle qualifiche. Per evitare questo anche nella categoria Elite, sono state anticipate prove, qualifiche e gara. Il tempo per girare era poco e le comunicazioni arrivavano all’ultimo: la tensione nel paddock era altissima. Inaspettatamente è arrivato un risultato incredibile, che mi riempie d’orgoglio».

E il percorso, com’era?
«Dopo una prima parte pianeggiante, diventava via via sempre più ripido. Solo poche sezioni erano in BikePark, il resto era tutto naturale. Mi è piaciuta la libera interpretazione delle traiettorie: non essendoci solchi o canali ognuno poteva scegliere la sua linea. Ho rischiato di impuntarmi due volte, ma per fortuna è andata bene. Nella prima parte il vento era forte e girava di continuo: gli ultimi a partire lo hanno avuto contrario, ma in compenso hanno avuto il terreno più asciutto. E’ stata una prova equa ed i tempi lo confermano».

Palazzari dopo la vittoria del campionato italiano. Credit: Yuri Cortinovis

Sei al terzo anno nel Team Rogue Racing. Come ti trovi?
«Mi trovo molto bene, anche se è un team davvero piccolo. Mi dà la possibilità di vivere praticando quella che è la mia passione: nella Mountain Bike non è banale, non tutti possono permettersi di non lavorare. Io posso allenarmi con serenità, preparare le bici ed i mezzi per la trasferta. Durante la stagione ho a disposizione un alloggio a Riccione, vicino alla sede del Team, che è un ottimo punto di appoggio tra una trasferta e l’altra. Questa era l’opportunità che cercavo e sognavo, non posso chiedere di più».

Come il tuo Team, solo di recente sei arrivato alla Coppa del Mondo. Credi che il ritardo ti abbia penalizzato?
«La Downhill è un ambiente variegato: alle gare trovi giovani velocissimi come Goldstone e Williams, ma anche rider che sono arrivati più tardi. La giovane età ti dà sicuramente freschezza e quel pizzico di velocità in più nella prova secca, ma l’esperienza ti insegna a gestire meglio le gare ed evitare errori. Per quanto riguarda il feeling con le bici, però, il discorso è diverso: chi entra in Coppa ora è abituato alle bici da discesa moderne, chi invece è più avanti con gli anni ha dovuto adattarsi e cambiare stile di guida. Un po’ come successo in MotoGp a Valentino, che ha dovuto faticare nell’era dell’elettronica per continuare ad essere competitivo. Io ho 28 anni, ma solo nel 2019 ho iniziato a gareggiare in Coppa del Mondo: non sono più un giovanissimo, ma l’esperienza vera per me è iniziata ora. Per fortuna l’età è solo un numero, come dimostra l’eterno Greg Minaar».

Palazzari in azione con la maglia del team Rogue Racing. Credit: Yuri Cortinovis

Come ci si prepara per una gara di Downhill?
«Con il mio allenatore, che viene dalla Bmx, abbiamo deciso di puntare sull’esplosività. Come in altre discipline, faccio lavori intermittenti, con sprint brevi intervallati con momenti di recupero. Questo mi aiuta molto nell’uscita dal cancelletto e negli sprint finali. Solitamente li faccio con la bici che uso in gara: non è il massimo, ma è molto più allenante. Oltre a questo, faccio molte sedute in palestra e pedalo su strada o con la bici da Enduro una o due volte a settimana per allenare la resistenza. Per allenare la parte anaerobica, invece, sono solito girare in moto da cross, specialmente nel periodo invernale. Il cuore è sempre al massimo, un po’ come avviene in una run in discesa. Le moto sono l’altra mia grande passione: ne ho due, che curo come fossero creature».

Tutto il team Rogue Racing impegnato nella tappa di coppa del mondo a Pal Arinsal. Credit: Yuri Cortinovis

Il tuo non è stato un percorso semplice. Sei cresciuto a Carbonia, in Sardegna, dove non c’è una grande cultura ciclistica. Come ti sei avvicinato al mondo del Gravity?
«La passione ce l’aveva mio padre, che è stato uno dei pionieri della Mountain Bike nell’isola. Organizzava eventi e faceva gare amatoriali: sono cresciuto tra le bici ed ho avuto fin da subito la propensione per le bici da discesa. Devo ammettere, però, che la mia famiglia non mi ha spinto in questa direzione, ma ha semplicemente assecondato quello che era il mio desiderio. Per i miei genitori non è stato semplice, oltre alle difficoltà logistiche c’erano anche limitazioni economiche. La mia è una famiglia umile e modesta: mia madre lavora in un supermercato, mentre mio padre è un tecnico ospedaliero. Hanno dovuto fare sacrifici enormi per permettermi di inseguire il mio sogno, finanziando trasferte e comprando per anni tutta l’attrezzatura, bici comprese. Ci hanno creduto fino in fondo, forse più di me: senza di loro nulla di tutto questo sarebbe stato possibile».

Le prime esperienze di Davide

E poi, c’è stata la svolta.
«Frequentavo il Liceo Scientifico Tecnologico, ma non mi piaceva. Fui bocciato per due volte e andai a lavorare, prima in Liguria, poi in Austria. Lì costruivo e curavo i sentieri dei BikePark e nel tempo libero li provavo. In pochissimi mesi feci un grande passo in avanti nella tecnica e tutti si accorsero delle mie capacità. Tant’è che l’anno dopo diventai l’uomo immagine dell’impianto e fui persino sponsorizzato per la stagione. E’ stato il momento che mi ha cambiato la carriera».

Il momento più difficile?
«Quando, nel 2008, uscii per la prima volta dalla Sardegna. Nell’isola, anche grazie al contesto molto circoscritto, non avevo rivali. Ero il più veloce, anche più degli Elite. Quando feci le prime esperienze nazionali, invece, mi trovai di fronte ad una concorrenza molto più agguerrita. Sono dovuti passare anni prima di essere veramente competitivo. Ancor prima di vincere, ho dovuto imparare a perdere: non è stato semplice, ma non mi sono mai dato per vinto».

Palazzari lavorava nei bike park

La bici che stai utilizzando attualmente è una Canyon Sender. Puoi presentarcela?
«Il telaio è in carbonio, così come la guarnitura EThirteen. Le sospensioni sono Suntour, con forcella da 38 e mono a molla. Le ruote, invece, sono CrankBrothers con mozzi IndustryNine, le gomme Pirelli Scorpion da 2.5 e la trasmissione Sram. In questo periodo, inoltre, sto provando un prototipo di freni Braking, che utilizzo con i soliti dischi da 220 millimetri. La bici di quest’anno è in configurazione mullet, con ruota da 29” all’anteriore e 27.5” al posteriore. Questo rende la bici stabile ad alte velocità, ma anche rapida nei cambi di direzione grazie alla forza giroscopica della ruota posteriore».

Sogno nel cassetto?
«Come ho già detto, il mio sogno l’ho già realizzato trasformando la mia passione in un lavoro. Ho sognato di vincere il Campionato italiano, poi di qualificarmi in Coppa del Mondo ed infine di piazzarmi nella Top10: ho realizzato tutti e tre i propositi, ora non so davvero più fin dove posso arrivare. Direi che chiudere tra i primi venti al mondo questa stagione possa essere il mio prossimo obiettivo. Poi chissà».

La Canyon Sender di Palazzari con assemblaggio custom: un missile da discesa. Credit: Yuri Cortinovis