
L’evoluzione dei materiali nella mountain bike moderna sta puntando dritta verso un unico, grande obiettivo: l’aumento vertiginoso della velocità. Questa tendenza si tocca con mano osservando le scelte tecniche dei top rider alla Cape Epic 2026, una gara che, non a caso, incarna lo spirito di un vero e proprio “Tour de France” delle ruote grasse.
Lo sviluppo tecnico passa attraverso soluzioni come le ruote da 32″ (in gara qui in Sudafrica!) e un incremento generale dei travel sospensivi. L’obiettivo? Attutire ostacoli sempre più imponenti e assorbire le asperità a ritmi che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati impensabili. In competizioni contro il tempo come il prologo della Cape Epic, la pura velocità di esecuzione (sia in salita che in discesa) e il concetto stesso di “cronometro” diventano il centro nevralgico attorno a cui ruota l’intera prova.

Cape Epic e marginal gains: 3 dettagli che fanno la differenza
Se la velocità è il mantra di questa edizione, l’aerodinamica e l’ottimizzazione degli spazi sono gli strumenti per raggiungerla. Ecco tre dettagli tecnici emersi durante la corsa che ci hanno incuriosito.
1. Calze e copriscarpe “aero”
Il confine tra il ciclismo su strada e la mountain bike è sempre più sottile. Dopo un uso massiccio tra i professionisti dell’asfalto, le calze e i copriscarpe aerodinamici sono sbarcati prepotentemente anche sulle pedivelle dei biker. In gare dove le velocità medie superano agilmente i 20 km/h, il margine di watt guadagnati riducendo la resistenza all’aria diventa un fattore considerevole.
2. Nastro manubrio road per “fendere l’aria”
La ricerca di una posizione aerodinamica non si ferma all’abbigliamento. Diversi atleti hanno scelto di applicare il classico nastro da strada direttamente sul tubo del manubrio, oltre le tradizionali manopole. Questa soluzione permette ai rider di spostare le mani verso il centro nei tratti più scorrevoli, piegando gli avambracci e chiudendo la sezione frontale per fendere l’aria con maggiore efficacia, replicando di fatto una postura da stradista.

3. Il “Samurai” nascosto di Luca Braidot
L’efficienza aerodinamica passa anche dalla pulizia delle linee e dall’eliminazione degli ingombri superflui. Un esempio brillante arriva dalla bicicletta di Luca Braidot, in gara per la Wilier Vittoria al fianco di Simone Avondetto. Il Team italiano non ha lasciato niente al caso, sfruttando il vuoto all’interno del perno della guarnitura per alloggiare il “Samurai”. Questo strumento, che funge da forchetta e punta per l’inserimento dei vermicelli antiforatura, è così sempre a portata di mano.
Una soluzione geniale: occupare gli spazi “morti” della bici per risolvere forature e incidenti meccanici in tempi record. Così non si dovranno nemmeno “riempire” le tasche di oggettistica salva-vita, potendo porre il focus sempre e solo sui rifornimenti energetici.
Nota a margine. Body integrale alla Cape Epic: aerodinamica o sopravvivenza?
A proposito di velocità e marginal gains, balza all’occhio la diffusione quasi totale dei body integrali a discapito del classico completo spezzato (pantaloncino e maglietta). Sebbene questa scelta offra un innegabile vantaggio aerodinamico, c’è un altro fattore cruciale da considerare: il clima estremo.
Durante la prima tappa della Cape Epic il termometro ha toccato i 42°C. In condizioni simili, evitare la sovrapposizione di strati di tessuto (tipica dell’uso della salopette sotto la maglia) diminuisce drasticamente la sensazione di calore. Il body si rivela quindi un alleato fondamentale non solo per tagliare il vento, ma per agevolare la dissipazione termica, mantenendo l’atleta lucido in una delle sfide più torride del pianeta.










