
Ci sono esperienze che non si raccontano, si vivono. E poi, solo dopo, si prova a metterle in fila, come si fa con i ricordi più belli: quelli che hanno ancora addosso l’odore della terra, il sale sulla pelle e il battito del cuore che non ha ancora deciso di rallentare. La Capoliveri Legend è una di queste esperienze. Non è solo una gara, non è solo un giro in mountain bike. È un viaggio dentro qualcosa che mescola fatica e gioia, paura e libertà, tecnica e istinto. È un modo per ricordarsi perché, nonostante tutto, continuiamo a salire in sella.
Per viversi al massimo l’esperienza c’è addirittura chi si reca lungo il percorso due settimane prima, come hanno fatto quattro amici emiliani che, sfruttando il il weekend del 25 aprile, sono andati a fare una ricognizione sul percorso. Loro sono Lorenza Colli dello Sculazzo Italia Racing Team, Elena Sassi e Alessandro Crotti del 13Key Racing Team e Ivano Pelati del Sessantallora e dopo aver vissuto questa fantastica avventura, hanno deciso di raccontarcela, trasmettendo le emozioni provate.

Il racconto della Capoliveri di Elena e dei suoi amici:
«Siamo arrivati giovedì, con quell’entusiasmo un po’ infantile che ti prende quando sai che stai per fare qualcosa di importante, anche se non lo diresti mai ad alta voce», ci ha rivelato Lorenza. «Io, Elena con il suo fidanzato Alessandro e Ivano. Ivano che ha 64 anni e una luce negli occhi che molti ventenni si sognano. Già questo basterebbe a spiegare cosa significa davvero questo sport. Non è questione di età. È questione di fuoco.
Capoliveri ti accoglie con i suoi colori, con quell’aria che sa di mare e di macchia mediterranea, con la promessa silenziosa che ti sussurra: “Qui non si scherza”. E infatti non si scherza davvero. I ragazzi dell’organizzazione ci hanno messo l’anima, questo si vede subito. I sentieri sono pettinati, curati, preparati con una dedizione che va oltre il semplice lavoro. C’è rispetto, c’è passione, c’è l’idea che chi verrà a pedalare su quei percorsi merita il meglio. E quando inizi a pedalare, lo capisci.

I percorsi della Capoliveri Legend non sono solo tracciati su una mappa. Sono storie. Ogni salita è una domanda, ogni discesa è una risposta che devi guadagnarti. La terra cambia sotto le ruote, i sassi si muovono, il grip va e viene, e tu devi adattarti. Sempre. Non c’è spazio per l’improvvisazione totale, ma nemmeno per la rigidità. Serve equilibrio. Serve sensibilità».
Non è una gara che si può affrontare senza preparazione
I quattro amici hanno provato il percorso che, tra meno di una settimana, li vedrà di nuovo protagonisti contro i rivali di giornata, ma anche contro se stessi.
«La salita è la prima selezione. Non perdona. Serve resistenza, quella vera. Non quella da palestra, non quella che ti immagini. Quella che costruisci uscita dopo uscita, quando le gambe bruciano e la testa inizia a dire “basta”. Allenarsi in salita significa imparare a gestire lo sforzo, a dosare le energie, a conoscere il proprio ritmo. Non puoi partire a tutta sperando che basti la voglia. La voglia aiuta, ma non sostituisce il lavoro.

Serve costanza. Settimane, mesi. Ore passate a pedalare anche quando non ne hai voglia. Anche quando il meteo non è perfetto. Anche quando gli altri fanno altro. Perché poi, quando sei lì, su quelle salite, non puoi improvvisare la preparazione. O ce l’hai, o non ce l’hai. Ma è in discesa che la Capoliveri Legend mostra davvero il suo carattere.
Ci sono tratti che non sono per tutti. Non è una frase fatta, è la realtà. Discese tecniche, a tratti esposte, con linee che devi leggere in un attimo. Qui entra in gioco tutto: la tecnica, la lucidità, la fiducia. Fiducia nella bici, fiducia nelle gomme, fiducia in te stesso».

L’importanza dell’attenzione al dettaglio
Prendere parte a una gara non chiede concentrazione solo per il tempo della pedalata, ma ci vuole uno studio prima per arrivare al giorno della corsa pronti non solo fisicamente, ma anche a livello tecnico.
«Le gomme, appunto. Sembrano un dettaglio, ma non lo sono. La pressione giusta può fare la differenza tra una traiettoria pulita e una perdita di controllo. Non troppo morbide, perché rischi di pizzicare o perdere precisione. Non troppo dure, perché perdi grip e sensibilità. È un equilibrio sottile, che si trova con l’esperienza, con i tentativi, con gli errori.

E poi c’è la posizione. Il corpo deve essere vivo, reattivo. Devi “sentire” la bici, accompagnarla, non contrastarla. Le braccia e le gambe diventano sospensioni aggiuntive. Gli occhi guardano avanti, sempre. Non dove sei, ma dove stai per andare».
E in tutti ciò quanto conta la lucidità? Tanto
«Quando arrivi davanti a un passaggio che ti mette in difficoltà, lì entra in gioco la testa. “Se sei incerto, tieni aperto”. Una frase che sembra una battuta, ma che racchiude una verità profonda. Non significa buttarsi senza pensare. Significa fidarsi. Significa capire che, a volte, la decisione più pericolosa è l’esitazione. Quando freni troppo, quando ti irrigidisci, quando lasci che la paura prenda il controllo, è lì che sbagli. Questo non vuol dire ignorare il rischio. Vuol dire conoscerlo, rispettarlo, ma non farti dominare. Perché il pericolo c’è. Sempre.

Le cicatrici lo raccontano meglio di qualsiasi parola. Come quella sul mio mento, causata da un ginepro sulla discesa del Ginevro verso le vecchie miniere nel 2025. Un attimo. Una linea presa male, un ramo che non perdona. E ti ritrovi a terra, con il cuore che batte forte e il corpo che ti ricorda che sei umano. Eppure, nonostante tutto, torni in sella.
Perché la passione per questo sport va oltre. Va oltre il dolore, oltre gli infortuni, oltre le paure. È qualcosa di difficile da spiegare a chi non lo vive. È quel bisogno di sentire di nuovo il vento in faccia, la bici che scorre, la concentrazione totale che cancella tutto il resto. In quei momenti non esiste altro. Non esistono problemi, lavoro, pensieri. Esisti solo tu, il sentiero e il presente».

E poi c’è il gruppo
«Noi eravamo in quattro. Un gruppo eterogeneo, età diverse, esperienze diverse, ma uniti da qualcosa di semplice e potentissimo: l’amore per la mountain bike. Elena, determinata, sempre pronta a spingere un po’ più in là il limite, con quella combinazione di tecnica e sensibilità che rende ogni discesa elegante. Alessandro, solido, presente, uno di quelli su cui puoi contare sempre. Ivano… Ivano è un capitolo a parte. Sessantaquattro anni e una voglia di pedalare che è una lezione continua. Non cerca scuse, non si lamenta. Pedala. E sorride. E io, in mezzo a tutto questo, a 51 anni mi godo ogni momento, ogni salita, ogni discesa, ogni risata.. Perché alla fine è questo che resta.
Non il tempo sul Garmin. Non la prestazione pura. Ma le sensazioni. Le emozioni condivise. Le battute a fine giro, le bollicine, i racconti delle cadute e dei passaggi riusciti, i profumi della macchia mediterranea, il blu infinitamente blu».

Una corsa organizzata in maniera impeccabile
«Gli organizzatori della Capoliveri Legend meritano tutto questo. Meritano che questa esperienza sia vissuta fino in fondo. Perché si vede che non è solo un evento per loro. È qualcosa di più. È un progetto fatto con il cuore.
Ogni sentiero sistemato, ogni dettaglio curato, ogni sforzo fatto per rendere tutto perfetto… si sente. E quando pedali lì, capisci che stai facendo parte di qualcosa di speciale. Godersi davvero un’esperienza come questa richiede qualcosa in più del semplice “andarci”. Serve preparazione, sì. Ma serve anche l’atteggiamento giusto».

Cosa serve per partecipare alla Capoliveri?
«Serve umiltà, per riconoscere i propri limiti. Serve coraggio, per provare a superarli. Serve intelligenza, per capire quando è il momento di spingere e quando è il momento di rallentare. Serve ascoltare il proprio corpo. Alimentarsi bene, idratarsi, recuperare. Non è solo questione di gambe, è questione di equilibrio complessivo. Ogni dettaglio conta. E poi serve quel pizzico di follia.
Quella che ti fa dire “vado” anche quando sarebbe più facile dire “no”. Quella che ti fa iscrivere a una gara dura, impegnativa, sapendo che ti metterà alla prova. Quella che ti fa tornare, anno dopo anno, a cercare di migliorarti, di vivere ancora una volta quelle emozioni. Questa edizione, per me, non è solo una gara. È un regalo. Un regalo per i miei 51 anni.


Non un oggetto, non qualcosa di materiale. Ma un’esperienza. Un momento. Un ricordo che porterò con me. Perché alla fine sono queste le cose che contano davvero. Gli anni passano, il corpo cambia, le energie non sono sempre le stesse. Ma la passione… quella può restare. Anzi, può crescere. Può diventare più consapevole, più profonda. E pedalare a Capoliveri, con gli amici, su quei sentieri, con quella fatica e quella bellezza, è un modo perfetto per celebrare tutto questo».
Un augurio finale
«Non so come andrà la gara. Non so che tempo farò, non so se riuscirò a fare tutto come vorrei. Ma so una cosa: la vivrò.
Fino in fondo.
Con il cuore, con le gambe, con la testa.
Con la paura quando arriverà, e con il coraggio di affrontarla.
Con il sorriso, anche quando farà male.
Perché è questo che significa davvero andare in mountain bike.
Non è solo pedalare.
È sentire.
È vivere.
È essere, per qualche ora, esattamente dove vuoi essere.
E non c’è niente di più bello».














