La GT3 Gravel UCI World Series di Auronzo di Cadore ha emesso il suo verdetto: a trionfare è stato un nome d’eccezione, Fabian Rabensteiner. Già campione italiano Marathon ed ex crosscountrista di altissimo livello, l’atleta in forze alla Torpado Kenda FSA ha imposto la sua legge su un tracciato che, fin dalle prime battute, si è rivelato un vero e proprio banco di prova per specialisti puri dell’off-road.
Ma come mai una gara gravel internazionale è stata letteralmente dominata dai mountain biker? L’abbiamo analizzata ai raggi X, e la risposta risiede tutta nei numeri, nel terreno e nel DNA di chi è abituato a guidare nella polvere.
Un profilo altimetrico da vera Marathon mtb
Basta dare uno sguardo ai dati nudi e crudi per capire l’antifona: 133 km per 3300 metri di dislivello positivo. Numeri che fanno impallidire molte classiche del calendario gravel e che ricalcano, in tutto e per tutto, l’esigente profilo altimetrico di una dura Marathon in sella alle ruote grasse.
La gara si è accesa subito, con un ritmo forsennato fin dal chilometro zero. Non è un caso che alla prima feed zone, situata appena al chilometro 20, il gruppo si fosse già scremato. A fare l’andatura, un manipolo di atleti che in salita sanno fare male: Paez, Gerbaz, Rosa e, ovviamente, Rabensteiner. Gente dal motore capiente, veri scalatori abituati a spingere wattaggi importanti su pendenze arcigne e prolungate.
Discese tecniche: il terreno di caccia degli specialisti
Se la salita ha fatto la selezione fisica, la discesa ha premiato la tecnica. L’organizzazione impeccabile di Massimo Panighel ha messo in piedi un percorso che non lasciava respiro e che esigeva di essere “guidato” in ogni singolo istante.
Le lunghissime discese tortuose, caratterizzate da un fondo instabile, sassoso e decisamente scassato, hanno fatto emergere il divario tecnico tra gli stradisti prestati al gravel e i biker puri. Alcuni tratti del percorso strizzavano l’occhio ai leggendari sentieri della Dolomiti Superbike – una vecchia conoscenza per chi mastica pane e mtb. Qui, saper far scorrere la bici su un terreno imprevedibile non è solo questione di velocità, ma di salvaguardia energetica e lucidità mentale.
Una top 5 che parla chiaro: dominio bikers
Per capire l’entità di questo predominio, basta scorrere la classifica generale maschile della 133 km. Le prime cinque posizioni assomigliano, in tutto e per tutto, a un ordine d’arrivo di una grande classica in mountain bike. Ecco i tempi e i distacchi che certificano questo monopolio delle ruote grasse:
- 1. Fabian Rabensteiner (Torpado Kenda FSA) ha conquistato la vittoria chiudendo la gara in 4h36’20”.
- 2. Hector Leonardo Paez Leon (Lee Cougan Basso Factory Racing) ha ottenuto la seconda piazza a soli 25 secondi dal gradino più alto del podio (4h36’46”).
- 3. Eskil Evensen-Lie (Metallurgica Veneta MTB Pro Team) ha completato il terzetto di testa tagliando il traguardo con 2 minuti e 24 secondi di ritardo (4h38’45”).
- 4. Stefano Gerbaz (Fol Racing Team) si è aggiudicato il quarto posto fermando il cronometro a 4h46’36”.
- 5. Nicola Taffarel (Metallurgica Veneta MTB Pro Team) ha siglato la quinta posizione con un tempo di 4h48’43”.
Cinque atleti e cinque specialisti assoluti della MTB nei primi cinque posti della classifica. Un dato inequivocabile che conferma l’altissimo livello tecnico richiesto dal tracciato.
L’arma di Rabensteiner: la Fondriest Ardenne
Per fare il vuoto su un percorso del genere non basta la gamba, serve anche il mezzo giusto. Rabensteiner ha trionfato in sella alla sua Fondriest Ardenne, una bicicletta che noi della redazione conosciamo bene e che abbiamo testato a fondo di recente.
Si tratta di un telaio leggero e incredibilmente reattivo in fase di rilancio, ma che nasconde un’indole docile e governabile in discesa. Questa prevedibilità è fondamentale su percorsi ricchi di dislivello e insidie, permettendo di non sprecare energie inutili lottando con il mezzo e riducendo drasticamente il rischio di errori di guida o rovinosi guai meccanici.
Perché il DNA mtb ha fatto la differenza?
Sintetizzando, il trionfo delle ruote grasse alla GT3 Gravel di Auronzo si spiega attraverso quattro fattori chiave:
- Gestione delle energie in discesa. Affrontare discese lunghe e scassate con una bici rigida logora il corpo. L’abitudine del biker ad assorbire le asperità, rilassando la muscolatura della parte superiore del corpo, permette di risparmiare preziose energie (e lucidità) per le salite successive.
- Capacità di guida sullo smosso. Dove i puristi della strada tendono a irrigidirsi frenando troppo, il biker lascia scorrere la bici, sfruttando l’inerzia e galleggiando sui sassi.
- Abitudine allo sforzo da Marathon. Un tracciato nervoso, duro fin dai primi metri, è il pane quotidiano per chi corre le lunghe distanze in fuoristrada.
- Sensibilità nel setup. La scelta della giusta pressione degli pneumatici e dei rapporti ideali per non “piantarsi” in salita è un’arte in cui i biker eccellono per pura deformazione professionale.
La GT3 Gravel di Auronzo ha dimostrato che, quando il gioco si fa duro e il gravel sorride alla mtb, chi ha speso la vita a saltare radici e sassi ha decisamente una marcia in più.













