Prima di Sagan, il ciclismo era fatica, sofferenza, sacrificio. Lui lo ha preso e ne ha fatto qualcosa di più. Ha provato a tornare indietro, inseguendo la felicità perduta. Accorgendosi di quello che noi sapevamo già: che in mountain bike era felice perché non era ancora diventato grande. Ma la sua storia è stata esemplare. La storia della superstar che ha liberato il ciclismo – strada o Mtb poco importa – dal peso del passato.
Ci piaceva l’idea che in quel campione totale ci fosse un po’ di noi. Il primo ad accorgersi di lui fu un italiano, Gian Enrico Zanardo, che lo vide correre ai mondiali di ciclocross di Treviso – era il 2008 – e indovinò il futuro. Quel corridore slovacco diventò presto italiano, anzi, veneto. Lo chiamavano Pìter Sagàn, e ancora oggi quando parla italiano Pìter Sagàn ha un accento veneto che non scolora. Quello che aveva visto Zanardo, e che chiunque ha potuto confermare in questi quindici anni di Sagan, è l’effetto dirompente che quel ragazzo ha avuto sul suo sport. Era talento, ma anche naturalezza, incoscienza, e qualcosa che nel ciclismo non si era mai visto. Era sempre stato lo sport della fatica, della sofferenza, del sacrificio estremo codificato nella figura del gregario, quello che si immola perché un altro abbia gloria e merito. Era lo sport delle foto in bianco e nero, dei muri di neve a bordostrada, delle camere d’aria tenute con i denti, e all’improvviso saltò fuori questo figliolo inopportuno, chiassoso, pettinato da Er Monnezza, i colori che cozzavano, ve lo immaginate Sagan vestito di bianco e celeste su una Bianchi? Ma dai.
Lui aveva l’energia di un biker, lo stile di un ciclocrossista, una totale assenza di grazia a cui sopperiva con una gentilezza e una disponibilità imbarazzanti. Sembrava Andre Agassi a Wimbledon: anche vestito di bianco era una rivoluzione. Sagan ha cambiato l’estetica del ciclismo ancora prima di cambiare il modo di correre. Ha preso il suo sport e ne ha fatto qualcosa di più. I ragazzi del nuovo millennio non potevano riconoscersi nell’etica del sacrificio, della sofferenza, della fatica: ci voleva Sagan per mostrare che si può andare in bicicletta anche impennando sul traguardo, in salita, ridacchiando. Ci voleva la sua immagine pop, da fumetto, per bucare gli schermi, i tablet, gli i-phone. E portare finalmente fuori il suo sport dagli anni più bui, quelli in cui non sapevi di chi poterti fidare.

Il ciclismo è rimasto uno sport antico, ma adesso sappiamo che i suoi interpreti possono essere eroi contemporanei. Abbiamo fatto l’abitudine a quelli che sbranano le corse al debutto, che vincono i Tour senza aver avuto il tempo di sognarli, che corrono duecento chilometri come se fossero tutti gli ultimi tre. Ma se esistono van der Poel e van Aert, Pogacar ed Evenepoel, è perché prima c’è stato Sagan. Anche se adesso il ciclismo è diventato tutto un fuoco d’artificio, non possiamo dimenticarci del primo che si è portato dietro i botti. Se adesso ci sembra Capodanno tutti i giorni che andiamo a una corsa, lo dobbiamo a lui. Il primo a vincere senza essere serio o noioso, ad aspettare gli altri sulla linea bianca dopo aver vinto il mondiale, ma non per irriderli: perché se non la dividi con gli altri che festa è? Il primo che ci ha dato l’impressione di divertirsi. Non è che non facesse fatica, però la raggirava: come quando in fondo al gruppo cantava Toto Cutugno a squarciagola con quella voce gracchiata e inconfondibile e tutti gli dicevano dai, basta, prova a essere serio una volta, guarda qui quanta salita. È stato prima che si coalizzassero per farlo perdere.
Quando vinse il primo mondiale, a Richmond, usò il tempo della conferenza per dire qualcosa di più importante: disse che non gli piaceva essere campione di un mondo che costruiva muri per dividere le persone. Invece di parlare di lui, che era andato via dalla Slovacchia per diventare una superstar, parlò di tutti quelli che devono scappare per sopravvivere. Quando vinse il terzo mondiale, a Bergen, ebbe un pensiero per Michele Scarponi, un altro che aveva fatto finta di prendere la vita con leggerezza. Quel giorno Sagan fece la storia due volte: nel ciclismo perché tre mondiali di fila non li ha mai vinti nessuno, solo lui, e non soltanto nel ciclismo, quando i corridori cechi si misero in testa a tirare per ricucire sulla fuga, tirando per lui, lo slovacco, che quando è nato era tutti e due – ceco e slovacco – e aveva portato quel piccolo paese in vetta al mondo.

Non si stancava mai di parlare, e di giocare, come quei bambini che non vedi l’ora che arrivi sera sperando che crollino sul letto. Alla vigilia del mondiale di Innsbruck, roba da scalatori e non certo da ottanta chili di corridore come lui, una domanda sulle sue possibilità bisognava comunque fargliela. «Guardami negli occhi, ti sembrano gli occhi di uno capace di vincere quattro volte di fila un Mondiale?». Lo guardammo in quell’azzurro chiaro abbastanza a lungo da trovare una risposta seria, fu allora che fece l’occhiolino e si mise a sghignazzare.
Larger than life, come dicono gli americani. Larger than cycling, si capisce. Nel mondo di Sagan c’è la musica, «mi tiene tranquillo dentro, mi mette allegria». C’è il business: Peter è stato la prima superstar globale del suo sport, il primo a vendere un’ora di pedalata insieme a lui (una coppia pagò 18mila dollari per 40 km) e poi a dare i soldi in beneficenza. Il primo a diventare un marchio planetario rimanendo il cazzaro che firmava un autografo in salita durante una tappa del Tour.
Nel suo mondo c’è suo figlio Marlon, chiamato come un grande attore e a sua volta figlio di un magnifico performer: il bimbo che Peter porta in giro in mountain bike e spera che non faccia mai il suo stesso mestiere, perché non era poi così divertente. Nel suo mondo c’era Katarina, che il giorno delle nozze danzarono in equilibrio su una fune nel centro vecchio di Zilina. Ma qualche volta è più facile salvarsi su un filo che rimanere insieme per sempre. Quando lui e Kata hanno divorziato, un po’ della luce negli occhi di Peter ha smesso di brillare. Neanche il ciclismo era più divertente come prima senza quell’amore finché morte non ci separi, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà.
Per questo Peter non ha smesso subito ma è prima tornato alla mountain bike: ha fatto l’errore di tutti quelli che vanno un’altra volta dove sono stati felici convinti che sia un luogo, o una bici, a tenere stretta la magia. Scoprendo che in mountain bike era felice perché non era ancora diventato grande, perché la vita non lo aveva ancora deluso e annoiato e ferito. È stato un anno difficile: gli interventi al cuore, la mancata qualificazione ai Giochi, la fine delle illusioni. Ma niente potrà cancellare quello che è stato: la superstar che ha liberato il ciclismo dal peso del passato. E per questo dobbiamo dirgli grazie.















