Il potere salvifico della Mtb: ha riacceso anche il sogno olimpico di Phinney

Phinney
Phinney ha alle spalle una carriera con grandi numeri, soprattutto nelle prove contro il tempo, ma non solo
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Quando cala la motivazione, molti trovano nella mountain bike un modo per continuare a pedalare. Questo vale anche per i professionisti: è successo a tanti grandi stradisti, da chi ha cercato semplicemente un nuovo stimolo di metà stagione a chi ci ha trovato il modo per mantenere il contatto con la bicicletta dopo aver chiuso la carriera. Anche Peter Sagan, giusto per fare un nome, ha scelto il fuoristrada per scrivere un nuovo capitolo della propria storia sportiva (forse andato diversamente dalle aspettative).

Quella di Taylor Phinney, però, è una vicenda ancora diversa: un talento straordinario, una carriera interrotta troppo presto da un grave infortunio, una lunga parentesi dedicata all’arte e alla musica e, infine, la riscoperta della competizione proprio attraverso la mountain bike e poi il gravel. Tutto ciò, fino a riaccendere un sogno che sembrava appartenere al passato: tornare alle Olimpiadi.

Dal talento precoce all’infortunio: la carriera interrotta di Phinney

Phinney non è mai stato un corridore convenzionale. Figlio di due campioni olimpici statunitensi, Davis Phinney e Connie Carpenter, ha dimostrato fin da giovanissimo di possedere qualità fuori dal comune. Campione del mondo dell’inseguimento individuale su pista nel 2009 e nel 2010, nel 2010 ha conquistato anche il titolo iridato a cronometro tra gli Under 23. Il passaggio al WorldTour con la BMC, nel 2011, lo ha proiettato tra i talenti più attesi del ciclismo internazionale. Nel 2012 ha vinto la cronometro d’apertura del Giro d’Italia, indossando la maglia rosa, e ai Giochi olimpici di Londra ha sfiorato il podio, chiudendo quarto sia nella prova su strada sia nella cronometro. La sua versatilità gli ha permesso di distinguersi anche nelle classiche, con l’ottavo posto alla Parigi-Roubaix del 2018.

La sua parabola, tuttavia, è stata condizionata dal grave incidente del 2014 ai Campionati statunitensi su strada. La frattura esposta della tibia sinistra e i danni al ginocchio lo hanno costretto a un lungo recupero, lasciando conseguenze che hanno accompagnato le stagioni successive. Nell’ottobre 2019, a soli 29 anni, Phinney ha deciso di ritirarsi dal professionismo. Non soltanto per le difficoltà fisiche: da tempo sentiva il bisogno di dedicarsi ad altro, lasciando spazio a una vita meno scandita dagli obblighi del calendario agonistico.

Tra arte e fuoristrada, la riscoperta della voglia di competere

A Girona, in Catalogna, dove vive, la mountain bike è diventata il suo primo punto di contatto con una nuova dimensione ciclistica. Tra sentieri, Enduro e Gravel, Phinney ha ritrovato il piacere di pedalare senza dover necessariamente inseguire un risultato. Si è dedicato anche alla costruzione e alla manutenzione dei trail, sostenendo iniziative per ampliare la partecipazione al fuoristrada, mentre il suo progetto artistico Manifest Butter e l’attività da DJ gli hanno permesso di coltivare interessi lontani dal cronometro. La bicicletta, insomma, non era più soltanto lavoro: era tornata a essere una scelta personale.

Proprio questa libertà ha finito per riaccendere la voglia di competere. La partecipazione a eventi Gravel come The Traka 360 e Sahara Gravel ha riportato Phinney a misurarsi con gli altri, fino alla decisione di puntare alla squadra statunitense dell’inseguimento a squadre per le Olimpiadi di Los Angeles 2028. Un progetto concreto, sostenuto anche dalla federazione USA Cycling e dall’incoraggiamento della moglie Kasia Niewiadoma, vincitrice del Tour de France Femmes 2024.

Il ritorno su pista con Los Angeles 2028 nel mirino

Il primo risultato significativo è arrivato con la vittoria ai Campionati statunitensi di inseguimento a squadre, il 23 agosto, insieme ad Anders Johnson, Colby Lange e David Domonoske. Poi l’ottavo posto, con record personale, nell’inseguimento individuale del Mondiale di Shangai (purtroppo fuori presto, invece, nella prova a squadre), sedici anni dopo la sua ultima partecipazione iridata nella disciplina. Una tappa importante, non ancora il traguardo. Los Angeles 2028 resta l’obiettivo più ambizioso: a 38 anni, vent’anni dopo il debutto olimpico di Pechino 2008. 

Un’ulteriore dimostrazione del “potere salvifico” della mountain bike, il ponte che ha permesso anche a Phinney di ritrovare un rapporto autentico con la bicicletta. Paradossalmente, spesso, proprio allontanandosi dal professionismo (e dall’asfalto), torna la voglia di essere atleti.