Quanto anteriore e quanto posteriore? C’è chi dice 60-40, chi giura sul 70-30, chi invece preferisce non fare troppi conti e lasciar parlare la sensibilità. La verità è che il “gioco dei freni” non è mai una scienza esatta. È un equilibrio sottile, dinamico, che cambia a seconda del terreno, delle condizioni e soprattutto del feeling personale. Frenare è controllare, interpretare, anticipare: ogni biker deve quindi trovare la sua combinazione ideale tra anteriore e posteriore.
Qualche mese fa abbiamo parlato delle diverse modalità con cui impugnare le leve, di quale abitudine sia più giusta e quale meno, di come alcuni usino solo l’indice, altri il medio o altri ancora addirittura entrambi. E già lì si era capito quanto le abitudini sulla leva siano soggettive, ma soprattutto di quanto queste influenzino la gestione della frenata. Molto dipende poi anche (oltre che dalla forma delle leve) dalle caratteristiche dell’impianto, se più potente, modulabile o “morbido”. Peculiarità che ovviamente influenzano anche il proprio equilibrio nella frenata.

Insomma, molto deriva anche da come si “sente” la bici sotto le dita. Perché se è vero che la teoria assegna la parte del leone al freno anteriore, è altrettanto vero che la realtà dei trail raramente conferma i manuali.
Cosa incide sulla frenata?
Come annunciato, poi c’è il terreno, che è il vero regista di ogni discesa (e non solo). Con terreno asciutto e aderenza elevata, l’anteriore è sicuramente protagonista. Permette di rallentare in modo deciso, mantenendo precisione e controllo in ingresso curva. La ruota davanti diventa un punto d’appoggio sicuro, su cui fidarsi anche nelle staccate più violente.

Ma quando arrivano le piogge, il fango e quelle famigerate rocce, il copione cambia completamente. L’anteriore diventa un rischio e allora entra in scena il posteriore, fedele alleato nei tratti scivolosi dove serve più tatto che forza.
Poi molto dipende anche da altri fattori come tipologia di fondo (se sdrucciolevole o meno), pendenza, gomme e velocità. Anche se poi alla fine dei conti potremmo dire che tutto si riduce a un fattore personale: la sensibilità. Per chi non avesse mai analizzato le proprie abitudini e volesse farlo, basta guardare dischi e pasticche a fine giro per capire dove abbiamo lavorato di più: le tracce raccontano sempre la verità.

Avere un grande disequilibrio non è forse il massimo, ma l’importante è che sia poi efficace. Insomma, la vera capacità sta nel capire, in ogni momento, quanto “giocare” con l’anteriore e quanto lasciar correre. E quel gioco, alla fine, sarà ciò che decreterà l’esito di ogni discesa.












