Paul Seixas alla Roc d’Azur: la scuola multidisciplinare francese. L’analisi

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Paul Sexias in azione alla Roc d'Azur 2026 (credit: Laure Boutiot)
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Paul Seixas ha partecipato alla Roc D’Azur CIC domenica scorsa, a meno di ventiquattro ore dalla vittoria al Lombardia. Una notizia che ha scosso il mondo del ciclismo: l’atleta ventenne della Decathlon CMA CGM Team continua a stupire, e non solo per i risultati sportivi. Sceso dalla bici da strada, infatti, ha impugnato subito la mtb ai nastri di partenza di uno degli eventi clou di fine stagione. Lì, al fianco dei grandi interpreti del cross country e del marathon, Seixas si è schierato in griglia come se l’aver appena trionfato al Lombardia fosse l’impresa più normale del mondo.

Dal trionfo su strada al richiamo dello sterrato

Non conta tanto la prestazione sportiva pura, considerando che il fuoristrada non è la sua disciplina, quanto il significato di una simile presenza. Oltre agli ovvi interessi commerciali e di sponsor, essere sui pedali alle otto del mattino in Francia, dopo un Lombardia terminato la sera prima, significa una cosa sola: Seixas si diverte in mountain bike. E per uno stradista puro non è affatto scontato. Pur avendo gareggiato nel ciclocross da ragazzino, affrontare una competizione così tecnica e prestigiosa richiede competenze specifiche, soprattutto per chi non ha mai gareggiato in mtb nella sua pur brillante carriera.

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Paul Sexias e Bruno Armirail tagliano il traguardo insieme alla Roc d’Azur 2026 (credit: Laure Boutiot)

La tecnica: un anno di stacco

il divario tecnico nella guida salta subito all’occhio: basta aprire i social. Reggisella telescopico alto, freni costantemente in trazione e una condotta ampiamente lontana dai rischi. Lui stesso ha dichiarato di essere lontano dalla mountain bike da oltre un anno, ma la sua partecipazione apre un interessante spunto di riflessione tecnico. L’avvento del gravel ha trascinato molti professionisti in quella direzione, lasciando la più complessa e rischiosa mountain bike a pochi audaci. Seixas rientra in quest’ultima categoria. La presenza in gara del connazionale Bruno Armirail aggiunge un ulteriore tassello a questo puzzle, offrendo un dato tecnico da non sottovalutare.

Multidisciplinarietà e “French Lines”

La parola “multidisciplina” è ormai il termine di paragone per descrivere il talento a 360 gradi dei nuovi fenomeni. Dai rari casi di Cadel Evans e Peter Sagan, oggi i talenti su strada con un solido passato fuoristrada spuntano ovunque. La scuola francese si conferma tra le fucine più attrezzate: il ciclocross è seguitissimo, la strada vive del mito del Tour de France e in mountain bike esistono addirittura modi di dire specifici sulle “french lines” per sottolineare la capacità di superare ostacoli tecnici di rilievo. I transalpini sono universalmente noti per la tecnica superiore, essendo nati e cresciuti su terreni difficili, abituati a interpretare la guida in modo pazzo, audace e mai convenzionale.

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Jordan Sarrou vince la sua sesta Roc d’Azur (credit: A.S.O. Baptiste Gousset)

Il dominio transalpino oltre la gara

Partecipare alla Roc D’Azur per puro divertimento richiede tecnica ed equilibrio su passaggi che mettono alla prova specialisti di Coppa del Mondo come Sarrou o Punchard. Eppure Seixas era lì col sorriso, nonostante la lunga lontananza dallo sterrato. Questo evento, a ridosso del Lombardia, è solo la punta dell’iceberg di un movimento francese ad altissimi livelli. Guardando al 2026, Luca Martin è il numero uno della Coppa del Mondo e Adrien Boichis, già campione del mondo XCC, occupa la seconda posizione per mero numero di partecipazioni. Il cross country maschile vanta punte di diamante come Azzarò, Sarrou, Koretzky, Guay e Dubau, senza scomodare fuoriclasse del downhill come Loic Bruni.

Tra le donne, basta il nome di Pauline Ferrand-Prévot, pur passata definitivamente su strada, per evocare l’essenza della mountain bike. Una scuola straordinaria che ha influenzato perfino campioni di altre nazionalità, primo fra tutti Mathieu Van der Poel, il celebre nipote di Poulidor. Un successo radicato che invita obbligatoriamente a una riflessione ben più profonda della semplice performance al traguardo.