Roc d’Azur: la Marathon che parla la lingua dei crosscountristi, perché?

Roc d'Azur
Seixas e Armirail, due partecipazioni degne di nota (credit: da Facebook, A.S.O./ Bastien Seon - Jennifer Lindini - Baptiste Gousset - Thomas Heydon)
Tempo di lettura: 3 minuti

Roc d’Azur è una di quei “porti” in cui le etichette del ciclismo finiscono per perdere significato. Marathon, Cross Country, Gravel, strada: a Fréjus, nel sud della Francia, si ritrovano atleti con percorsi differenti, accomunati dalla voglia di misurarsi su un terreno che, almeno sulla carta, sembra poter mettere tutti d’accordo. Il fondo generalmente scorrevole, le salite capaci di fare selezione e un tracciato che non richiede necessariamente le caratteristiche di uno specialista delle lunghe distanze rendono la gara un appuntamento particolarmente interessante anche e soprattutto per i biker provenienti dal Cross Country olimpico.

L’edizione 2026 ha confermato questa vocazione trasversale. Sui sentieri del massiccio dei Maures si sono presentati atleti di discipline differenti, in un fine settimana che ha attirato l’attenzione anche per la presenza di Paul Seixas e Bruno Armirail. Il primo, reduce dalla vittoria al Lombardia, ha chiuso al 66° posto la prova della domenica: un risultato da leggere nel contesto di una partecipazione arrivata a meno di 24 ore da uno dei successi più importanti della sua giovane carriera. Ma il richiamo del Roc non si misura soltanto attraverso i nomi di chi arriva dalla strada. È soprattutto la composizione del gruppo dei biker a raccontare quanto questo appuntamento sia diventato un terreno di confronto fra specialisti XC, marathoneti e atleti abituati a interpretare le gare in modo differente.

Roc d’Azur: anche nel 2026 ha vinto un crosscountrista

Il percorso di 55 chilometri, con 1.275 metri di dislivello positivo, non è una passeggiata, ma presenta caratteristiche che premiano la capacità di mantenere velocità e ritmo. La salita del Col du Bougnon rappresenta uno dei punti decisivi. Non è soltanto una questione di resistenza: bisogna saper leggere la corsa. Sono qualità che appartengono pienamente anche al Cross Country moderno, la capacità di ripetere accelerazioni ad alta intensità è fondamentale quanto la gestione dello sforzo.

A dimostrarlo è stato ancora una volta Jordan Sarrou. Il francese ha conquistato la sua sesta vittoria al Roc d’Azur, consolidando il primato nella storia della manifestazione. Per avere la meglio sul canadese Cole Punchard, altro crosscountrista al debutto su questo percorso, ha dovuto aspettare lo sprint finale, dopo una gara tattica nella quale nessuno dei due è riuscito a costruire un vantaggio decisivo. Alle loro spalle, il norvegese Østen Brovold Midtsundstad ha completato il podio. I marathoneti italiani Jakob Dorigoni e Davide Foccoli, rispettivamente quarto e quinto, hanno confermato la competitività dei nostri specialisti, dopo aver animato anche la prima parte della gara.

E in campo femminile? Trionfo dell’ex campionessa della Coppa del Mondo XC

In campo femminile, Samara Maxwell ha imposto la propria legge con un attacco sul Col du Bougnon, chiudendo in 2h42’44” davanti a Léna Gérault e Ramona Forchini. La neozelandese, terza nella Roc Marathon del venerdì, aveva gestito le energie proprio in funzione della gara più attesa del weekend. Una scelta che ha pagato, dimostrando quanto la capacità di pianificare lo sforzo possa fare la differenza anche in una competizione apparentemente meno estrema rispetto alle Marathon più dure del calendario.

Ed è proprio qui che sta il punto. Il Roc d’Azur non è necessariamente la gara più rappresentativa della Marathon pura, fatta di distanze lunghe, dislivelli importanti e ore trascorse in sella. È piuttosto un crocevia nel quale si incontrano mondi diversi, con un percorso capace di valorizzare velocità, tecnica e capacità tattica. Per questo attira tanti crosscountristi: offre una sfida diversa, ma non estranea alle loro qualità. E forse il suo successo nasce proprio da questo equilibrio. Al Roc si corre per vincere, certo, ma anche per scoprire fino a dove ci si può spingere quando si esce dalla propria specialità, senza sentirsi mai davvero fuori casa.