Da piccolo sognava la velocità di Valentino Rossi e il divin codino di Roberto Baggio. «E Ronaldo, ma quello vero». Oggi, a 32 anni, Luca Braidot (Santa Cruz) è l’uomo di riferimento della mtb italiana. Lo stesso che domani, 2 luglio (ore 15.30), infiammerà il circuito di Val di Sole con il cross country, nell’unica preziosa tappa italiana delle World Series di Mtb. «E’ la gara che si sente di più, c’è tutta quella gente e intorno a te hai più cose da fare: interviste, momenti con gli sponsor, attenzioni. E’ più difficile da gestire, ma a livello di gara la routine è la stessa». Luca è un figlio del vento. Ma sulle due ruote. Da bambino desiderava quelle di Mauro, il suo papà, «che parla poco, ma viene a vedermi a tutte le gare». Mauro correva l’enduro, «all’epoca si chiamava regolarità e il mio sogno era fare come lui: correre in moto. Con tre fratelli in casa le possibilità erano quelle che erano. La cosa più vicina alla moto era la bici. E’ così che l’ho incontrata».
Per te che cos’è la bici?
«Un momento di libertà, qualcosa che mi è sempre piaciuto La prima gara la feci nel mio paese, una non competitiva a Mossa. Free bike, si chiamava. Corremmo io e mio fratello con una bmx che chissà dove l’avevano trovata. E’ durata poco. Le ruote le abbiamo usate da farci un carretto per l’erba».
In moto ci vai?
«Certo, mi piace molto. Seguo l’enduro, la supercross. La prima moto me la sono comprata con i primi soldini. Non ci vado quanto vorrei, sono spesso in giro».
Sei ossessionato dal setup della bici?
«Ossessionato no. Bisogna solo trovare un compromesso buono in base al percorso. Ma la differenza la fa sempre la condizione. Un buon setup aiuta, ma non fa miracoli. Si lavora sulle forcelle, la pressione delle gomme, le gomme. Ogni percorso ha un’esigenza diversa».
Peggio della F1 o della MotoGp.
«C’è molta attenzione, molto sviluppo, in ogni gara c’è qualcosa di nuovo. Ma non so se questi mondi si possono paragonare alla mtb. Personalmente lavoro molto sulla posizione in sella. Ho il mio biomeccanico che mi aiuta».

Adesso sei in Val di Sole. Qual è il fascino di questo posto?
«Per me sono i ricordi. Ho disputato qui il primo mondiale juniores e non distante da qui ho fatto il primo ritiro con la nazionale. Quel mondiale nel 2008 me lo ricordo durissimo. Arrivai sesto, vinse Sagan. Sì, c’erano corridori di alto livello».
Oggi, alla tua età, hai capito chi sei?
«Ho visto molti atleti più forti di me che negli anni si sono persi. Io sono riuscito ad arrivare in fondo. Anche se le ho sempre prese. In coppa del mondo ho vinto due volte e perso sessanta. Ma sono qui, e questo dice molto di me».
Le sconfitte insegnano, dicono. E’ vero?
«Le due che mi hanno segnato sono state le Olimpiadi di Tokyo e il Mondiale in Val di Sole. I Giochi sono stati una brutta botta. Ero convinto di aver fatto tutto bene, avevo messo insieme un metodo fatto da me, non ero seguito da professionisti. Poi sono arrivato lì, pensavo di aver fatto tutto al meglio e sono arrivato ultimo. Al mondiale non ne parliamo. Così ho detto: “No, devo trovare un modo”. E sono ripartito».
Ci vuole forza.
«Non potevo fare altrimenti, era l’unica strada. Non era il modo giusto e allora sono ripartito».
Oggi hai un nutrizionista, un biomeccanico, un mental coach…
«Tutti mi aiutano a prendere le soluzioni migliori, il team serve a questo. Si lavora per una direzione, per cercare una strada e raggiungere degli obiettivi».
Quelli del 2023?
«Il Mondale. L’ultima volta sono arrivato terzo, bronzo. Spero di migliorare. Si punta a vincerlo. Sono reduce da un buon bronzo ai Giochi europei. Un po’ di rammarico resta, ho fatto un errore di valutazione alla fine».

Invece nel 2024 Parigi.
«Le Olimpiadi sono un appuntamento incredibile, lo sono per ogni atleta. Se sei fortunato ne fai una, due, tre. Qualcuno quattro. E’ sempre il momento più difficile. Il sogno indubbiamente sono i Giochi. Adesso non ci penso, valuterò bene più avanti con la preolimpica a settembre».
Il mental coach in cosa ti aiuta?
«Lavoro molto su delle dinamiche che possono accadere in gara, visualizzazione di momenti particolari. Ma è difficile da spiegare. Non è un lavoro di consapevolezza, ma di situazioni che capitano in gara. Bisogna allenare la mente a riconoscerle e a reagire nel modo giusto. La testa nel mio sport conta molto. Anche la preparazione, ovviamente».
E l’aspetto della nutrizione?
«E’ fondamentale. La cosa importante nel cibo non sono le quantità, è importante mangiare la cosa giusta al momento giusto. E capire che tanti alimenti possono darti una leggera intolleranza, bisogna capire che cosa va bene per te. E’ una delle tante cose che ho cambiato. Mi segue Laura Martinelli. Lei e il mio allenatore parlano, fanno una tabella di quattro settimane e io eseguo».

Hai molte allergie?
«Diverse. Pollini, acari, peli di gatto, di cane. Cose del genere. Le ho scoperte piano piano negli anni. Non riuscivo mai a essere costante. Una gara bene, una male. Sono andato a fondo. Quando guardo il meteo butto un occhio anche al livello dei pollini. Soprattutto in alcuni periodi».
Che altri sport hai fatto?
«Io e mio fratello abbiamo giocato a calcio, io ero un difensore centrale. Lo facevamo nella Mossa, la squadrina del paese. Sono interista, sognavo Baggio e Ronaldo il Fenomeno. Gli ultimi anni giocavo a calcio e andavo in bici. Poi ho capito che la bici mi piace di più».














