I percorsi mtb sono come la vita. «Bisogna provare e riprovare per scoprirne le insidie e per scegliere il giusto set-up della bici». Sa quello che dice Daniele Pontoni, ct delle nazionali di ciclocross e gravel, collaboratore di Mirko Celestino. Daniele è stato in Scozia, ha provato il percorso e sa darci qualche dritta su quello che ci aspetta (lo ha fatto a piedi, il percorso non era ancora aperto alle bici). Dopo Marathon, downhill e team relay adesso tocca alle gare di short track e XC olimpico, le più amate dagli appassionati del fuoristrada. Cresciuto nella polvere e nel fango del ciclocross (dieci titoli italiani e due titoli iridati), ex atleta di strada e mountain bike (due titoli italiani nel cross country e quinto posto ai Giochi Olimpici di Atlanta), pioniere della multidisciplina, Pontoni è l’uomo giusto per raccontare che cos’è davvero questo tracciato scozzese. «Nel ciclocross le prove del percorso sono fondamentali – racconta -, servono per scegliere il modello dei tubolari e le pressioni giuste, bisogna conoscere a fondo il percorso e il tipo di terreno. Anche nella mountain bike è così».
Qual è stato, più precisamente, il tuo ruolo in Scozia?
«Quello di assistere i ragazzi del marathon, in primis. La “mia” nazionale è un’altra, ma all’interno della federazione c’è un interscambio di collaborazione. Con Mirko, inoltre, c’è anche una lunga amicizia a legarci. A Glasgow ero il suo secondo, per me davvero un grande onore. Per questo motivo, prima di andare via, mi è stato chiesto da lui di andare a studiare il percorso del cross country, che ancora non poteva essere provato dagli atleti».
Cosa hai trovato?
«Un percorso molto tecnico, senza dubbio. Il terreno in quei giorni era diverso da quello che si è visto nel Team Relay, era molto più fangoso e viscido. Quando le condizioni meteo sono così variabili è tutto più complicato, il tracciato a distanza di poche ore può trasformarsi. Gli atleti, per loro fortuna, avranno la possibilità di provare anche nei prossimi giorni, per prendere confidenza con il percorso e decidere l’assetto della bici da adottare in gara. In loro aiuto sono arrivati a Glasgow anche due tecnici molto esperti, Andrea Tiberi e Matteo Berta, che mi hanno dato il cambio nel fine settimana e daranno sicuramente consigli preziosi agli azzurri».
Punti critici del tracciato?
«La partenza più del resto. E’ in salita, su una strada larga almeno sei o sette metri. Tuttavia, dopo poche centinaia di metri, c’è una chicane in discesa. Da ghiaia si passa a erba e il percorso si stringe radicalmente. Lì è stato costruito un piccolo ponte in legno, dove gli atleti passeranno uno alla volta. Chi partirà davanti sarà avvantaggiato. Chi partirà nelle retrovie, come Van Der Poel e Sagan, dovrà inseguire fin da subito».
Il tracciato prevede salti importanti, secondo te saranno determinanti ai fini del risultato?
«A mio avviso, la differenza si farà in salita. Nei due salti e nel Rock Garden bisognerà semplicemente non fare errori nell’impostazione, scegliere la giusta traiettoria e lasciar correre la bici. Nulla di troppo complicato. L’unica difficoltà sarà nei primi giri, quando dovranno essere affrontati “nel traffico”. Invece, molto complessa ed altrettanto sottovalutata è la sezione sottobosco: c’è un lungo tratto in forte contropendenza, che in questi giorni di prove si è scavato molto. E’ pieno di radici: se pioverà di nuovo, andrà affrontato con molta cautela».
Come valuti le prove degli azzurri in questa prima settimana della maxi-rassegna iridata?
«Non sono stato a Fort William, ma per la nazionale di Downhill è stato sicuramente un ottimo Mondiale. Revelli e Palazzari hanno chiuso in top15 nella gara maschile, mentre Gloria Scarsi e Eleonora Farina hanno addirittura fatto segnare il settimo ed il nono tempo nella run finale. Per quanto riguarda il Marathon, è inutile nascondersi, tutti ci aspettavamo di più, in particolare dal capitano Rabensteiner. Nonostante le difficoltà, Fabian ha stretto i denti ed è comunque riuscito ad arrivare ottavo al traguardo. Giornate opache come questa possono capitare, lui ha dato tutto e non ha nulla da recriminarsi».
Anche i suoi colleghi hanno provato a limitare i danni, ma la giornata non è stata delle migliori.
«Gli altri sono stati più forti, la realtà è questa. In un percorso così le nostre punte erano Fabian e Samuele Porro, entrambi incappati in una giornata no. Anche Samparisi non aveva una grandissima condizione e nel finale è affondato nelle retrovie. Diego Rosa ha invece accusato la partenza molto tecnica, ma nel finale, decisamente più congeniale alle sue caratteristiche, ha fatto una grandissima rimonta e ha chiuso la gara nono. Anche Dario Cherchi si è ben difeso: nonostante la giovanissima età, ha saputo gestirsi al meglio e sono sicuro che in futuro farà parlare di sé. Il talento c’è ed anche l’età è dalla sua parte».
Come giudichi il Team Relay azzurro?
«Dopo l’argento dello scorso anno, un quinto posto non può e non deve soddisfare. Una medaglia era alla nostra portata anche quest’anno, specialmente quella di bronzo. Francia e Svizzera erano probabilmente di un altro livello, ma Danimarca ed Austria non erano poi così lontane. Purtroppo per noi, la caduta di Vittone in partenza ci è costata molto. La settimana non è ancora finita, in palio ci sono altre maglie ed i ragazzi sono tutti davvero molto competitivi: sognare non costa nulla».















