Hauser: «Velocità e graffiti: sì, sono fuori dagli schemi. Ma per mia nonna basta che torni tutto intero»

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Chris Hauser non è solo un biker, è un artista. E come tutti gli artisti sa vedere il mondo da nuove prospettive. «Sì, mi sento fuori dagli schemi, dalle regole. Per tante cose». Non sono i suoi 17 anni a limitarne lo sguardo, Hauser vede oltre. Il ragazzo della DH italiana, che corre per il team inglese The Union, ha bisogno di esprimersi. Lo fa con la velocità, che è il suo primo talento. E poi con il disegno, i graffiti. «È nato tutto per caso. Quando c’era la zona rossa io e alcuni amici siamo andati ad arrampicarci su un monte. Siamo arrivati quasi in cima. Uno dei miei amici ha tirato fuori un pennarello: “Ok, fai una rima che non sia il tuo nome, ma che sia riconducibile a te”. Ho continuato». Mentre parla, disegna («Ho comprato ieri una cover e la sto personalizzando»). La sua firma, Hauser, la sta lasciando anche in Coppa del Mondo. Il 3° posto a Loudenvielle, in Francia, lo ha soddisfatto fino a un certo punto. «Sarebbe stato bello gareggiare, il mio terzo posto non è stato determinato da una run di gara. Insomma, non era una run superspinta. Però è ok, sì».

A Les Gets che fine settimana sarà?
«Una gara assurda. Qui c’è pubblico incredibile, la folla si farà sentire. Ho guardato i video della pista che hanno fatto gli anni scorsi, e anche se non l’ho mai fatta posso dire che è la mia pista preferita. Sono veramente gasato per iniziare a girare. Vediamo quello che succede».

Perché è la preferita?
«È molto ripida, tante contropendenze, radici, è un po’ naturale. Non è costruita, e quindi è più tecnica. C’è l’imprevisto, ed è molto più divertente. È sempre così dove c’è il terreno morbido, il sottobosco, con i punti tecnici, le radici».

Che stagione è per te?
«Era partita molto bene a Lenzerheide, poi sono caduto a Leogang e in Val di Sole. Stava andando un po’ giù. Con il titolo italiano e il secondo posto all’Europeo mi sono ripreso. Sono molto contento, la stagione sta andando benone per essere il primo anno in Coppa del Mondo. A inizio anno avevo zero aspettative. Poi ho assaporato il podio, le cose che posso fare, e adesso so a cosa voglio puntare».

A cosa?
«L’importante è partecipare non fa per me. Io corro per vincere. Sicuramente la velocità c’è. Forse devo concentrarmi sul come regolare un po’ la velocità nelle prove, fare le scelte giuste di linea e spingere davvero quando conta».

Come ti vedi l’anno prossimo?
«Devo restare vago (ride ndr). Dal punto di vista delle prestazioni e dell’impegno non cambierà nulla, continuerò a fare quello che faccio rimanendo junior».

Tu non dai mai l’impressione di essere sorpreso o troppo felice di un podio. Sei freddo?
«Dipende. A Lenzerheide non mi aspettavo di vincere, ero super contento. Ma essere sul podio e sapere che si poteva fare di più è un’altra cosa. Sei felice ma sai che puoi essere più felice. Allora rimango tranquillo».

Perché hai l’emoticon di una fetta di pizza su WhatsApp?
ride «Così, per tenere alto lo stereotipo dell’italiano all’estero. No, non sapevo cosa mettere e onestamente non ho nemmeno una pizza preferita. È tutta autoironia».

E perché disegni?
«Sono un writer. Con Jim, il meccanico del team, abbiamo anche fatto dei video. Non solo bici, anche qualcosa di più profondo. Lasciare la tua firma vuole che sei stato lì. È come dire: “Ehi, ho fatto questo, sono stato qui”. Non è il messaggio, è lasciare una traccia».

Hai mai avuto paura della velocità?
«No, non ho mai provato paura. Adrenalina, quella sì. È una cosa difficile da descrivere. La sento dentro, mentre vengo giù. Sai che stai andando veramente veloce. Dici: “Sto spingendo veramente, non sto facendo una cosa da tutti i giorni”. È strano, difficile da spiegare».

Come lo racconti ai tuoi amici?
«Patrik, il mio migliore amico, mi dice sempre: “Sei un grande, sei più tra i più veloci al mondo nel tuo sport”. Ci siamo conosciuti alle medie, lui è del paese vicino al mio. L’inverno, quando sono a casa, andiamo con lo snowboard, facciamo freeride. Anche Patrik sa cos’è l’adrenalina».

Com’è crescere a Mezzocorona?
«Ho avuto abbastanza fortuna. Il Paganella Bike Park è a quindici minuti, Val di Sole a un’oretta. Li ho frequentati fin da piccolo. Le prime discese le ho fatte su una bmx Kawasaki con le ruote da 16. Avevo quattro anni, lo facevo con papà. A sette, otto anni ho iniziato a farlo regolarmente».

È tuo padre che ti ha messo in bici.
«Sì, praticamente abbiamo iniziato ad andare in bici insieme. Io avevo quattro anni, lui cominciò ad andare con un amico. Mi è piaciuto subito. Mio papà e mia mamma hanno fatto trial, moto. Ci andavo anche io, e l’ho fatto fino ai dodici anni. A tredici avevo l’età minima per gareggiare in DH e allora ho fatto quello. Mamma Deborah è stata campionessa italiana trial cinque o sei volte. Fa la cuoca. Francesco, il mio papà, riempie i distributori automatici».

Piatto preferito?
«È dura scegliere (e ride ndr). Dico la polenta concia, quella con formaggio e carne».

The Union, il tuo team, che cos’è per te?
«È una famiglia, non un team. Non è come correre per un grande marchio che invece è un business. Ora siamo tutti a Morzine, abbiamo una casa. Passiamo del tempo insieme, ci confrontiamo».

Chi ti dà consigli?
«Bice, mia nonna. In realtà le mi dice solo: “Arriva in fondo sano e salvo”. Solo una volta è venuta a vedermi, ero ancora un esordiente. Si è spaventata e non è più venuta».

E poi?
«Il mio fratellastro, Lorenzo. È più grande di me, abbiamo un rapporto veramente ottimo, è una delle persone migliori che io conosca. La persona a cui voglio più bene in tutta la mia vita. Lui mi dà spesso consigli, anche scherzando. Prima di Andorra: “Comunque sono convinto che se dai quelle due pedalatine in più…”. Lorenzo ha fatto gare di trial, conosce l’adrenalina. Ma penso sia un’altra la persona che mi ha dato consigli».

Chi?
«Me stesso. Il mio più grande motivatore sono sempre stato io. O almeno: questo è quello che penso. Magari altri la vedono diversamente».

E Joe, il tuo capo all’Union?
«È il proprietario del team, ma non abbiamo un rapporto ultra formale. Però io gli porto tutto il rispetto che serve e apprezzo tantissimo quello che sta facendo e ha fatto per me. Joe mi ha aperto la porta per il mio sogno. Non gli sarò mai abbastanza riconoscente».