Analisi “mondiale”: la programmazione è la base dell’iride XCM di Swenson

Swenson
Una delle poche apparizioni nel vecchio continente è un successo... e che successo. Alle sue spalle l’azzurro Samuele Porro (credit: Brett Rothmeyer)
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Diventare Campione del Mondo Marathon non è certamente mai il frutto del caso. Le dichiarazioni e i dati raccolti (sul profilo Strava) di Keegan Swenson lo dimostrano chiaramente. Dietro la sua vittoria ci sono numeri impressionanti, ma poi soprattutto una pianificazione precisa e una strategia eseguita alla perfezione, che vi racconteremo nelle prossime righe.

Un po’ di dati della prestazione iridata di Swenson

La prima cifra che salta all’occhio è il rapporto potenza/peso mantenuto dall’americano: circa 5,0 w/kg per oltre sei ore. In termini assoluti significa una potenza normalizzata (NP) di 314 watt, a fronte di una media di 259 watt. Uno sforzo senza cedimenti, che testimonia un livello di resistenza straordinario (sempre lui alla Leadville 100).

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Il file Strava

Ancora più impressionante è il dato relativo al miglior intervallo di 20 minuti, registrato non da fresco, ma dopo oltre tre ore di gara: 368 watt, pari a circa 6,3 W/kg. Un valore che sottolinea la capacità di Swenson di produrre sforzi esplosivi anche in condizioni di fatica estrema.

La gara, disputata su un percorso durissimo con oltre 5.200 metri di dislivello, comprendeva anche tratti in quota. Un fattore che avrebbe potuto mettere in crisi molti atleti, ma non Swenson, abituato a vivere e allenarsi ad alta quota negli Stati Uniti. Questa familiarità con l’aria rarefatta gli ha permesso di gestire meglio le sezioni più impegnative, senza subire cali significativi.

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Arrivare con un po’ di vantaggio e poi spingere, spingere, spingere nel tratto di portage: piano ben riuscito (credit: Bike Marathon Classics / Keegan Swenson)

Il momento decisivo è arrivato poi nella parte finale, con un portage di circa 15 minuti su una salita “impossibile”, con pendenze fino al 30%. Una situazione insolita per una prova XCM, ma che si è rivelata la chiave di volta della gara. Da quanto dichiarato, Swenson e il suo staff avevano identificato quel segmento come il punto cruciale e avevano costruito la strategia attorno a esso: arrivarci con un margine, spingere forte nella sezione più dura del percorso e consolidare lì il vantaggio. Il piano è stato rispettato al dettaglio, e il risultato è stato il distacco decisivo sugli avversari.

L’importanza delle scelte tecniche effettuate dall’americano

Anche le scelte tecniche hanno giocato un ruolo non secondario. Swenson ha gareggiato su una hardtail, una Santa Cruz Highball, leggera ed efficiente per i terreni duri e ripidi del tracciato. Ha montato pneumatici Maxxis Aspen da 2,4 pollici, abbinati a una mousse posteriore antiforatura, per ridurre il rischio di inconvenienti meccanici. Interessante la decisione di rinunciare al reggisella telescopico, ma in fondo comprensibile e coerente con le caratteristiche del percorso. Infine, la scelta di una corona da 36 denti: grande per il tracciato da affrontare, ma necessaria per fare una velocità sufficiente. Non si discute: chi vince, ha sempre ragione.

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La bici vincente. Oltre alle caratteristiche citate, è bene notare il “sottodimensionamento” del telaio (rispetto alla taglia ideale): una prassi, quasi una norma, tra i professionisti

Insomma, un piano tattico studiato nei dettagli e scelte tecniche mirate, ma soprattutto grandi-grandissime qualità hanno trasformato dati e numeri in questa bella medaglia d’oro.