Ciclomercato MTB, Luca Casali: «Il futuro passa anche dalle squadre della strada»

Coppa del Mondo Pal Arinsal
Luca Martin era uno degli uomini principali del mercato di quest'anno (Credit: UCI MTB)
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Squadre che chiudono, grandi nomi in cerca di una sistemazione e progetti che puntano sulla multidisciplina. Il ciclomercato della mountain bike racconta un movimento in trasformazione, alle prese con le difficoltà dell’industria della bicicletta e con la necessità di trovare nuovi equilibri. In questo scenario, il rafforzamento di Decathlon e il crescente rapporto con il ciclismo su strada aprono prospettive che vanno oltre i singoli trasferimenti.

Ne abbiamo parlato con Luca Casali, passando dalle ragioni economiche di questi cambiamenti ai protagonisti del mercato: Martina Berta, tra i nomi più interessanti dopo il finale di stagione, le ambizioni del progetto di Marco Trentin e le scelte dei giovani, a partire da Valentina Corvi. Un’analisi delle opportunità e delle difficoltà che accompagnano questa fase del cross country.

Partiamo dal quadro generale: sempre più atleti e squadre avvicinano strada e mountain bike. È questa la direzione del movimento?

«Credo di sì. Bisogna considerare insieme i nuovi regolamenti, l’evoluzione del ciclismo e la crisi del settore. Dopo il Covid ci si aspettava un calo delle vendite, ma questa fase sta durando più del previsto. Le squadre inevitabilmente ne risentono, perché una parte importante delle loro risorse dipende proprio dall’industria della bicicletta. In prospettiva, penso che l’ingresso nel fuoristrada di strutture già presenti su strada possa rappresentare il futuro. Parliamo di realtà che possono offrire basi solide e una continuità diversa. La mountain bike, fino a oggi, è stata spesso un mondo piuttosto chiuso e autoreferenziale: questa contaminazione può aiutarla ad aprirsi».

La chiusura di alcune strutture importanti deve quindi essere letta anche come il segnale di un cambiamento nel modo di investire?

«Sì. Cannondale, per esempio, può decidere di cambiare strategia rispetto al proprio team factory, ma rimane presente su strada come fornitore di una squadra WorldTour. Specialized ha una presenza fortissima nel offroad e, allo stesso tempo, lavora con diverse squadre su strada. Sono modi differenti di distribuire gli investimenti. Personalmente non escludo che alcuni marchi che oggi fanno un passo indietro possano tornare tra qualche anno. Oppure avranno ragione loro e avranno anticipato l’evoluzione della comunicazione nel mondo della bicicletta. Questo lo capiremo con il tempo».

Che cosa può guadagnare la MTB dal rapporto con le squadre della strada?

«Le strutture della strada hanno spesso più risorse e possono ragionare su margini diversi. Anche la mountain bike può beneficiarne. Decathlon è un esempio di come si possa investire in più discipline, mentre Alpecin, con dimensioni e modalità differenti, ha già mostrato questa possibilità. È un cambiamento che secondo me bisogna accettare e accompagnare, perché riguarda il futuro del movimento. Nella MTB a volte si tende a reagire con diffidenza alle novità. È successo anche quando il podio è passato da cinque a tre atleti: ci furono proteste, poi il sistema è andato avanti. Si può discutere delle scelte, ma bisogna anche capire in quale direzione si sta muovendo lo sport».

La firma di Jolanda Neff con Fenix-Deceuninck si inserisce nel crescente rapporto tra strada e mountain bike. Come giudichi questa scelta e le prospettive che apre per il movimento?

«Considerando i nuovi regolamenti, l’evoluzione del ciclismo e le difficoltà economiche del settore, credo che l’ingresso nel fuoristrada delle squadre della strada possa rappresentare il futuro. Sono strutture che possono offrire basi solide e risorse diverse, delle quali anche la mountain bike può beneficiare. Vedo positivamente questa contaminazione: bisogna accoglierla, perché riguarda il futuro di un movimento che fino a oggi è stato spesso troppo chiuso e autoreferenziale».

Decathlon è tra le realtà più attive sul mercato. Che messaggio manda questo investimento?

«Sta costruendo uno squadrone. E credo che il significato vada oltre i singoli acquisti: c’è la volontà di avere un progetto riconoscibile e forte, con una componente francese importante. Mi ha colpito anche vedere Paul Seixas al Roc d’Azur. È un bel messaggio per il ciclismo nel suo insieme: un atleta della strada che mantiene un rapporto con il fuoristrada e mostra interesse per le diverse espressioni di questo sport. In Francia esiste una cultura sportiva che favorisce questo approccio. Ho studiato per due anni a Chambéry e ho potuto osservarla da vicino: lo sport viene vissuto in modo molto diffuso, anche senza la necessità di avere sempre il materiale migliore».

Con gli arrivi di Luca Martin e Cole Punchard, come possono cambiare gli equilibri della squadra?

«Decathlon ha adesso un organico di altissimo livello. Penso che possa riproporre almeno in parte l’impostazione che questi ragazzi avevano in Cannondale. Luca Martin avrà un ruolo centrale, mentre Cole Punchard potrà continuare a crescere e trovare le proprie occasioni. Punchard era il più giovane all’interno di un gruppo già molto giovane. Nel finale di stagione lo abbiamo visto andare davvero forte: penso che possa arrivare a vincere una gara di Coppa del Mondo già il prossimo anno».

Con la chiusura di Cannondale, è rimasto a spasso anche Charlie Aldridge. Come vedi il suo futuro?

«Le voci lo accostano a Thömus, ma al momento non c’è ancora un’ufficialità. Se questa destinazione fosse confermata, Charlie potrebbe avere il ruolo di capitano e diventare il riferimento della squadra. Sarebbe una situazione diversa rispetto a Decathlon, che ha costruito un organico molto più ampio: da una parte Aldridge avrebbe uno spazio centrale, dall’altra Martin sarebbe il punto di riferimento di un gruppo nel quale anche Punchard e gli altri giovani potrebbero trovare le proprie occasioni».

Tra gli atleti ancora al centro delle trattative, chi può spostare maggiormente gli equilibri?

«Per me il nome è quello di Martina Berta. Sappiamo che non continuerà con Origine e il suo finale di stagione ha mostrato un potenziale del quale facciamo ancora fatica a vedere i limiti. La cosa più interessante è il modo in cui è arrivata a quei risultati. È stata competitiva anche su percorsi che in passato le erano meno favorevoli, dove non poteva sfruttare fino in fondo le sue qualità tecniche. Ha lavorato per migliorare proprio negli aspetti nei quali aveva più margine e il cambiamento si è visto. Per questo credo che la sua scelta possa condizionare diverse altre operazioni».

Quanto pesa, nella valutazione di Berta, la capacità di andare forte anche su tracciati differenti?

«Pesa tantissimo. Essere molto forte tecnicamente è una qualità straordinaria, ma per stare con continuità davanti devi essere competitiva anche quando il percorso non valorizza soprattutto quell’aspetto. Con il lavoro fatto insieme al nuovo allenatore, Berta ha iniziato a sviluppare caratteristiche che le permettono di esprimersi anche in situazioni diverse. Nel finale di stagione ha dato la sensazione di essere salita di un altro livello. È questo che la rende così interessante anche sul mercato».

Nel settore femminile ci sono altri nomi importanti. Quali opportunità possono aprirsi?

«Nicole Koller è sicuramente un’atleta interessante. Nel finale di stagione è andata forte e ha dimostrato di sapersi adattare a contesti diversi, anche attraverso le esperienze su strada. Non conosco i suoi contatti, quindi non posso indicare una destinazione, ma il suo valore è chiaro. Poi c’è Laura Stigger, un altro nome capace di incidere sugli equilibri del mercato. Le decisioni delle atlete di questo livello si intrecciano: quando si definisce una sistemazione, possono aprirsi o chiudersi possibilità per le altre. Nel femminile ci sono ancora diverse opportunità per le squadre che vogliono rafforzarsi».

Sul fronte maschile, quanto è importante la collocazione di Jordan Sarrou?

«Jordan Sarrou è uno dei nomi che possono ancora muovere il mercato. Ha un motore importante e nell’ambiente si ritiene che possa esprimersi ad altissimo livello anche su strada. Potrebbe quindi rientrare nel discorso dei progetti che lavorano su più discipline, trovando spazio anche in un contesto differente. È uno dei grandi interrogativi ancora aperti, mentre molti altri protagonisti hanno già definito il proprio futuro».

Veniamo al progetto di Trentin. Può consolidarsi tra i principali punti di riferimento della Coppa del Mondo?

«Me lo auguro. Quello di Trentin è il riferimento italiano a questi livelli. Se una squadra riesce a rimanere in quel contesto e a ritagliarsi uno spazio, significa che ha le capacità per farlo. So che stanno lavorando molto per costruire una squadra importante. Spero che questo lavoro porti anche qualche nome in più. Sul futuro tecnico circolano diverse voci, ma finché non arrivano comunicazioni ufficiali bisogna continuare a considerarle tali. Il lavoro sul progetto, però, c’è».

L’ampliamento potrebbe riguardare soprattutto il settore femminile?

«È una possibilità interessante. Il gruppo maschile ha già elementi di valore, mentre nel femminile ci sarebbe spazio per crescere. Sofie Pedersen è ancora in una fase di sviluppo e non è ancora al livello delle primissime. Sul mercato ci sono atlete importanti: potrebbero allinearsi le condizioni per un inserimento capace di rafforzare molto la squadra. In questo momento, le possibilità nel femminile sembrano maggiori rispetto a quelle nel maschile».

Che cosa ti aspetti invece da Simone Avondetto?

«Spero che possa arrivare il suo anno. Simone Avondetto ha già mostrato qualità importanti e mi auguro che riesca a metterle insieme con continuità. Il potenziale c’è: sarebbe bello vederlo fare un altro passo in avanti».

Rimanendo in casa Italia, Corvi sembra orientata a disputare un’altra stagione tra le U23. Dopo quanto ha già dimostrato, è una scelta che condividi?

«Sì, penso che possa essere una scelta giusta. La seguo dalle categorie giovanili e l’ho vista crescere molto rapidamente. Ha dimostrato qualità fisiche importanti, ma mi ha colpito anche la decisione di fare esperienza all’estero in anni fondamentali per la sua formazione. Sono esperienze che ti arricchiscono oltre il risultato sportivo: ti confronti con ambienti diversi, allarghi la tua prospettiva e impari a muoverti fuori dal contesto al quale sei abituata. Corvi ha colto molto bene questa opportunità».

Un’altra stagione in categoria potrebbe permetterle di trovare più spazio anche su strada?

«Non mi stupirebbe. Considerando la squadra nella quale si trova, potrebbe essere un anno nel quale dividere maggiormente l’attività tra strada e mountain bike. Ha già provato a farlo, anche se una caduta e la frattura della clavicola hanno complicato i programmi. Restare U23 può quindi avere un senso anche in questa prospettiva. Passare subito tra le élite è una possibilità, ma bisogna valutare tutto il percorso. Mi sembra una scelta interessante, coerente con quelle che ha già fatto».

Chiudiamo con gli atleti più esperti. In un mercato con meno posti, quale spazio possono ancora trovare?

«Bisogna distinguere le situazioni. Luca Schwarzbauer, per esempio, non lo inserirei tra gli atleti arrivati alle ultime occasioni. Secondo me ha ancora molto da dare. La mia impressione è che, per diventare più competitivo anche nel cross country olimpico, abbia cercato di modificare alcune delle caratteristiche che lo rendevano fortissimo nello short track. Forse qualcosa in quel percorso non ha funzionato come sperava, ma nel finale di stagione ha dato dei segnali. Per gli altri vale una riflessione che Nino Schurter aveva espresso molto bene: con il passare degli anni diventa più difficile trovare le giornate nelle quali tutto funziona come vorresti. La qualità rimane, ma riuscire a esprimerla con continuità richiede sempre di più».

È un discorso che riguarda anche Luca Braidot?

«Luca Braidot ha attraversato una stagione complicata, ma ha ancora mostrato qualcosa di importante. Nel gruppo di Trentin il suo posto lo merita assolutamente. Mettendo insieme bene tutti gli elementi, e magari con un po’ di fortuna, può ancora arrivare un risultato importante. Bisogna riconoscere le difficoltà e il livello sempre più alto della concorrenza, ma anche il valore di un atleta che ha ancora qualcosa da dare».