Kit di emergenza: le scelte minimal dei big alla Cape Epic

Cape Epic
Wilier-Vittoria. Qui, tutto il necessario è posizionato in basso. Ma la disposizione degli attrezzi varia in base alle preferenze dell’atleta
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Alla Cape Epic non si vince soltanto con le gambe. In una gara a tappe tra le più dure del calendario internazionale, ogni dettaglio conta, soprattutto quando si parla di autonomia meccanica. Forature, piccoli guasti o problemi tecnici possono compromettere una giornata, e l’assistenza non è sempre immediata.

Per questo motivo, i top rider studiano attentamente il proprio kit di emergenza, cercando il miglior compromesso tra peso, praticità e velocità d’intervento. Lo avevamo annunciato: vediamo ora quali sono state le scelte delle prime 5 cinque squadre classificate di questa edizione.

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Beers e Nortjens: per loro Samhurai e poco altro

La S-Work Epic 8 di Beers e Nortje

Osservando le bici dei leader, sono emerse soluzioni interessanti e, in alcuni casi, anche molto creative (qui l’approfondimento sulla Epic vincente). Il team Toyota Specialized Imbuko di Matt Beers e Tristan Nortje, per quanto riguarda le emergenze, ha scelto una configurazione minimalista.

Sulla loro bici si nota il classico multitool Samhurai a scomparsa, nascosto nel movimento centrale: una soluzione, come vedremo, ormai diffusa tra i professionisti per portare con sé un attrezzi senza occupare spazio sul telaio.

Nel loro caso è probabile che parte dell’attrezzatura sia poi stata trasportata nelle tasche della maglia. Questo potrebbe essere confermato anche da alcune foto, dove si vedono schiene “rigonfie”: gel sì, ma forse anche qualche bomboletta di “fast”.

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Canyon, nulla di anomalo. Qui ritratto, il lavoro notturno dei meccanici

Vediamo le scelte degli altri protagonisti: Wilier-Vittoria, Canyon e Klimatiza Orbea

Passando alla più articolata la configurazione del team Wilier-Vittoria, in gara con Luca Braidot e Simone Avondetto, invece, è bene notare come anche in questo caso troviamo il multitool Samhurai, ma stavolta sia nel movimento centrale e sia nelle estremità del manubrio: una scelta che aumenta le possibilità di intervento rapido.

Ma non solo: sul tubo obliquo era fissata una camera d’aria (apparentemente di quelle classiche in butile), mentre sul top tube trovava spazio una bomboletta di CO₂. Una configurazione (con posizioni variabili a seconda della preferenza dell’atleta) comunque compatta, ma decisamente più conservativa, pensata per affrontare ogni evenienza senza dipendere dall’assistenza.

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Anche Klimatiza Orbea, presente con David Valero e Lukas Stutzmann, con tappi Samhurai: il loro è un vero dominio

Soluzioni simili poi anche per il team Canyon di Luca Schwarzbauer e Sam Gaze. Dalle immagini si intravedono infatti i Samhurai e camere d’aria fissate nell’area di incrocio tra tubo obliquo e top tube, subito dietro il tubo di sterzo.

Interessante anche la scelta del team Klimatiza Orbea, presente con David Valero e Lukas Stutzmann. Anche in questo caso si notano i tappi Samhurai (il loro è un vero dominio), a conferma di quanto i multitool integrati siano ormai uno standard nelle competizioni Marathon e a tappe.

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Qui Rosa Van Doorn in fase di riscaldamento. Visibile il doppio Samhurai. Non è azzardato ipotizzare che le stesse scelte siano state fatte anche dai compagni

E i Buff-BH Team?

Infine, il team Buff-BH Team con Wout Alleman e Martin Stosek. Altri componenti del team hanno adottato una configurazione ancora più completa: oltre al multitool nel movimento centrale, si nota un ulteriore Samhurai posizionato nel pivot del carro posteriore, sfruttando uno spazio solitamente inutilizzato. Non è difficile pensare che anche le due punte maschili abbiano usato questo set-up. Non manca poi neppure il nastro sul manubrio, soluzione già vista sulla bici di Beers, utile per variare l’impugnatura e migliorare il comfort nei lunghi trasferimenti.

Guardando nel complesso queste configurazioni, emerge una tendenza chiara: massima integrazione e distribuzione intelligente degli strumenti.

Alla Cape Epic non basta essere i più forti. Serve anche essere pronti a tutto. E spesso, proprio un piccolo kit di emergenza, ben studiato e ben posizionato, può salvare una tappa, o addirittura un’intera gara.