Nastri, fascette, kit nascosti: la S-Works che ha vinto la Cape Epic sotto la lente

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La S-Works Epic 8 portata alla vittoria da Matt Beers
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Nella mountain bike di alto livello, la differenza tra vincere e restare nelle retrovie spesso si nasconde nei dettagli. Non si parla soltanto di watt, preparazione fisica o strategia di gara, ma di quelle piccole modifiche tecniche che, sommate tra loro, possono fare la differenza dopo ore e ore di sella.

La S-Works Epic 8 portata alla vittoria da Matt Beers (in gara insieme a Tristan Nortje) alla Cape Epic ne è un esempio perfetto: una bici apparentemente “standard”, ma in realtà ricca di accorgimenti studiati per massimizzare comfort, efficienza e prestazione. Iniziamo a vedere com’era allestita.

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Beers e Nortjens in azione. La loro forza? Senza dubbio la solidità (credit: @raycoxphoto)

Analizziamo meglio la S-Works Epic 8 di Beers

Componenti base, come da catalogo: sospensioni e telscopico (tutti elettronici) RockShox, trasmissione Sram XX T-Type, ruote e componentistica (sella Power Evo 3D e gomme Air Track) Roval. Ma, come svelato nel video di presentazione (qui il reel) non mancano dettagli più curiosi. 

In primis la corona da 40 denti: davvero per pochi. Ma poi, ben visibile, anche il nastro sul manubrio. Una soluzione già vista in passato, soprattutto nelle Marathon di lunghissima distanza. Il nastro permette una presa diversa, per favorire una posizione più compatta e aerodinamica, utile nei lunghi rettilinei e nei tratti veloci.

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Nastro manubrio? Beers non era l’unico. A differenza del compagno, il sudafricano, ha poi scelto un cockpit in due pezzi, probabilmente più adatto alle sue esigenze biomeccaniche
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Samurai “nascosto”

Non è solo questione di velocità: questa posizione consente anche di “scaricare” le spalle, variando l’appoggio delle mani e distribuendo meglio la fatica. Certo, a pagarne il prezzo quando si appoggiano i gomiti (davvero raramente) sono i tricipiti, maggiormente sollecitati. Ma avere la possibilità di cambiare posizione di tanto in tanto può dare vantaggio.

Poi c’è anche il Samhurai, “nascosto” tra le pedivelle. Questo però è un dettaglio che merita un approfondimento dedicato.

La delicata scelta dei pedali

Altro elemento interessante è infine la fascetta sul pedale. A prima vista potrebbe sembrare una scelta improvvisata. In realtà risponde a un’esigenza ben precisa: limitare il gioco dei pedali SPD. Sulle lunghe distanze, infatti, il movimento eccessivo del piede può diventare fastidioso per alcuni atleti, soprattutto quando la fatica aumenta e la precisione della pedalata diminuisce. Ridurre questo gioco permette di mantenere una pedalata più stabile, migliorandone l’efficienza.

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Per Beers e Nortjens sella 3D. La Power Evo di Specialized è molto apprezzata tra i pro, sia su strada che in Mtb
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E infine una chicca “old school”: la fascetta nel pedale

Non è un caso che molti atleti, anche nel mondo Gravel, scelgano pedali specifici per bici da strada. Avere troppo gioco, infatti, può generare micro-movimenti continui che, col passare delle ore, si traducono in fastidi o affaticamento muscolare. La fascetta rappresenta quindi un trucco semplice per limitare questo fenomeno e completa il lavoro di regolazione fatto dalla vite di tensionamento (qui un approfondimento) o da tacchette specifiche (qui un approfondimento).

Insomma, quelli citati sono sicuramente dettagli, che però raccontano una filosofia precisa: ottimizzare tutto ciò che è possibile ottimizzare. Alla Cape Epic, una delle gare più dure al mondo, la somma di queste piccole differenze può trasformarsi in vantaggio concreto. Ed è proprio qui che si gioca la vera partita: non solo potenza, ma intelligenza tecnica e attenzione maniacale ai particolari. Nel caso di Beers, gli accorgimenti adottati hanno contribuito a una storica vittoria.