Dopo il brutto infortunio che ha interrotto la stagione 2025 sul più bello, probabilmente in uno dei migliori momento della sua carriera, Greta Seiwald è tornata questo febbraio alle gare con determinazione, mostrando fin da subito un ottimo stato di forma. Tra una preparazione intensa in Sudafrica, l’esperienza alla Cape Epic e una stagione di Coppa del Mondo tutta da scoprire, l’atleta italiana si racconta tra sensazioni, obiettivi e nuove sfide.
Partiamo dalla scorsa stagione: eri in grande forma, avevi appena vinto il tuo primo campionato XCC. Poi l’infortunio. Com’è stato il recupero?
«Quando mi sono fatta male ho deciso, insieme al team, di prendermi tutto il tempo necessario per recuperare bene. Non c’è mai stata fretta di tornare alle gare e la squadra non mi ha mai messo pressione per tornare a correre già a fine 2025. La priorità era arrivare pronta per questa stagione. La frattura era complicata, quindi era fondamentale evitare ricadute. Ho lavorato tanto sulla riabilitazione e oggi posso dire che la caviglia sta bene. Ho ancora placche e viti, ma non sento più dolore. Quindi, sempre in condivisione con il team, abbiamo scelto di rimandare l’operazione per togliere tutto a fine anno».
Il 2026 di Greta è però partito subito con il botto forte: il successo alla Tankwa Trek (in Sudafrica), corsa dove aveva già raccolto due secondi posti nel 2024 e nel 2025, ha sicuramente aiutato il morale. Differentemente dagli scorsi anni, però, l’altoatesina ha deciso di rimanere lì e di continuare la preparazione in Sudafrica, invece che tornare in Europa come ha sempre fatto

Come mai questa scelta? E quanto pensi ti possa aver dato?
«Tantissimo. Restare in Sudafrica mi ha permesso di allenarmi senza lo stress dei continui spostamenti. È stato un ambiente ideale: allenamenti di qualità, ma anche tempo per vivere esperienze diverse. Venendo tutti gli anni a iniziare la preparazione qui, ed essendo ormai una meta molto ambita dai biker, in Sudafrica ho trovato tanti con cui non solo allenarmi, ma anche visitare il territorio. Per esempio bellissima è stata la giornata in giro per Cape Town, non solo nei posti turistici, ma anche quelli tipici che vivono i “local”. Staccare ogni tanto dalla solita routine è fondamentale anche per trovare nuovi stimoli e motivazioni. Questo equilibrio, soprattutto in inverno, è fondamentale».
La Cape Epic non era nei programmi iniziali. Com’è nata questa scelta?
«È successo tutto abbastanza all’improvviso. In realtà io avevo già il biglietto per tornare verso metà febbraio e il mio programma prevedeva le classiche corse di inizio stagione spagnole, come Banyoles, e la prova delle Continental Series a Melgaço. Una volta arrivata in Sudafrica, però, Berry Austin (preparatore atletico di Greta, ndr), visto che la Coppa del Mondo iniziava più tardi del solito, mi ha proposto di partecipare alla Cape Epic nella categoria mista. Sentita la squadra, abbiamo valutato che potesse essere una buona idea. D’altronde era anche una gara che avevo sempre voluto fare, per me era come realizzare un sogno».
Ma alla fine hai corso in squadra con Courtney.
«Sì. Quella è stata un’occasione che si è presentata all’ultimo. Tre o quattro giorni prima del via la compagna di Kate si è fratturata entrambe le braccia. Lei ha il mio stesso preparatore e avevamo fatto qualche uscita insieme nei giorni prima. Quindi sapeva che io ero lì e che avrei preso parte alle prova nella categoria mista. A quel punto ha chiesto a Berry se fossi stata disponibile a correre con lei. Ammetto di non aver detto subito di sì, mi sono presa un’oretta di tempo prima di rispondere, non perché non volessi far coppia con Kate, ma perché mi dispiaceva tantissimo dire di no all’ultimo al ragazzo con cui dovevo correre la mista. Però si trattava per me di un’opportunità unica e anche tutte le persone intorno a me mi hanno sostenuto nella scelta».

Com’è stato vivere per la prima volta l’esperienza della Cape Epic, per di più al fianco di Kate Courtney? E che emozioni hai provato nel momento in cui avete conquistato la vostra vittoria di tappa?
«Incredibile. Abbiamo lavorato tanto di squadra e provato ogni giorno ad attaccare. Siamo arrivate tre volte seconde e una volta terza nelle prime quattro frazioni, capivamo che il successo era alla portata e per la tappa successiva abbiamo preparato una strategia precisa. Io dovevo attaccare in discesa e avvantaggiarmi sulle avversarie. Kate mi avrebbe fatto il buco e in volata avrebbe sfruttato la sua velocità. E così è stato. Quando finalmente abbiamo vinto la tappa, mettendo in pratica il piano che avevamo studiato, è stata un’emozione fortissima. Vincere così, in volata, senza sapere fino all’ultimo se ce l’avresti fatta, rende tutto ancora più autentico».
Poi purtroppo il ritiro. Cosa è successo?
«Dopo aver tagliato il traguardo della tappa regina, che è stata la più dura della settimana, ho iniziato a star male. Con il passare delle ore non recuperavo come gli altri giorni e sentivo la stanchezza aumentare invece che diminuire. Probabilmente è stato un mix di fatica, disidratazione e condizioni difficili, anche per via della pioggia. Il giorno dopo non ero in grado di partire e la squadra ha deciso di fermarmi. È stato difficile accettarlo, soprattutto per rispetto verso Kate, ma era la scelta giusta».
Uno dei temi più dibattuti, a livello tecnico, della Cape Epic sono state le ruote da 32”. Tu cosa ne pensi?
«Le ruote da 32” sicuramente arriveranno, perché tutti i grandi marchi le stanno provando, lo sanno tutti, e presto sicuramente le lanceranno sul mercato. Però è ancora presto per potersi sbilanciare dicendo che con certezza potranno sostituire la 29”, come successe qualche anno fa quando si è passati dalle 26” alle 27.5” o successivamente dalle 27.5” alle 29”. Per ora la 29” va troppo bene, tutti la usano e tutti la amano. Sicuramente a breve la 32” potrebbe diventare un’alternativa valida e usata da diversi atleti».

Tornerai alla Cape Epic?
«Certamente. Ora so di poter essere competitiva. Quindi non solo ci voglio tornare, ma voglio farlo per puntare a un grande risultato».
Passando alla Coppa del Mondo: che stagione ti aspetti?
«È difficile fare previsioni. Perché lo scorso anno ho corso solo le prime gare di Coppa e quest’anno non ho ancora gareggiato in cross country, quindi sarà tutto da scoprire. So però di aver lavorato bene e di essere in forma, ma all’inizio di una nuova stagione è poi sempre difficile definire un obiettivo come la top ten, la top five, il podio o altro. Perché sai come stai e qual è il tuo livello di forma, ma non hai il confronto con le altre. Anche perché il livello cresce di anno in anno e io non corro una gara XC da fine giugno scorso. Sicuramente la volontà è sempre quella di stare davanti, essere nel vivo della sfida e poi vedremo di gara dopo gara».
Esordio in CdM sarà in una località nuova (la Corea del Sud) e su un tracciato “sconosciuto”. Ti spaventa o ti piace questo cambiamento?
«A me personalmente piace molto sia correre sui tracciati storici, che affrontarne di mai fatti. Le nuove location sono interessanti perché mettono tutti sullo stesso piano: nessuno conosce il percorso e anche le scelte tecniche diventano decisive. Sarà divertente e sfidante allo stesso tempo vedere chi opterà per quale copertone. Sono veramente emozionata per questa trasferta».

La Decathlon Ford, anche grazie all’exploit di Samara Maxwell è stato il team rivelazione del 2025. Quest’anno, proprio dopo la scelta di “Sammy” di prendersi un anno sabbatico, che ambizioni ha la squadra?
«In realtà non ci aspettiamo niente! Potrebbe magari uscire un altro coniglio dal cilindro da qualcun altro, come no. Aspettarsi qualcosa è sempre negativo. Perché se accade bene, ma se non succede la delusione è sempre grande. L’importante è sempre dare il massimo e fornire la migliore prestazione possibile. Poi, dopo aver tagliato il traguardo, guardi i risultati e tiri un bilancio. Al momento la forma è buona, migliore rispetto allo scorso anno, quindi dovrei fare anche meglio della passata edizione. Però, come sono migliorata io, saranno sicuramente migliorate anche le mie avversarie, quindi non si possono fare ipotesi ora».
Lo scorso anno hai vinto il titolo XCC, ma non hai ancora mai potuto sfoggiare la maglia a causa dell’infortunio. C’è un po’ di emozione per l’esordio ormai imminente con il tricolore addosso?
«Sì e sono sicura che sarà bellissimo. Anche perché arriverà già questo weekend che corro una tappa della Coppa di Francia, dove è sempre prevista anche la prova in short track. Quindi quella sarà la prima uscita assoluta con la maglia di campionessa italiana e non vedo l’ora di provare quelle emozioni. Sono eccitatissima e non so cosa aspettarmi allo stesso tempo. Successivamente indosserò la maglia di nuovo per l’esordio di Coppa in Corea, ma almeno lì dovrei arrivare già preparata».
E per quest’anno, oltre che a difendere il primato nel XCC, proverai l’assalto al titolo nazionale XCO? Credi sia un obiettivo possibile?
«Sicuramente il campionato italiano è sempre uno degli obiettivi principali. E quest’anno vorrei provare a conquistare entrambe le maglie. Non sarà facile, perché le avversarie sono forti e aumentano di anno in anno. Però credo di avere ormai le carte in regola per essere una delle pretendenti ai titoli nazionali».

Non possiamo chiudere senza un commento per il Mondiale in Val di Sole. Cosa significa correre un Mondiale in casa, soprattutto per te che sei nata e cresciuta non distante da lì.
«La corsa iridata in casa è sempre qualcosa di speciale, un’emozione unica. Ho già corso lì un Mondiale nel 2021, però ero molto giovane, al mio primo anno elite, quindi ci andai senza pressioni di risultato o prestazione. Allora fu bellissimo, ma quest’anno, se sarò convocata, sarà diverso: partirei con ambizioni più alte».














