Per moltissimi bikers sono state il primo vero contatto con i trail, le bici con cui si è imparato a guidare, saltare e affrontare le prime discese tecniche. Mezzi essenziali, diretti, spesso duri da interpretare, ma proprio per questo estremamente formativi (qui un approfondimento). Parliamo delle Hardtail.
Oppostamente il Downhill va verso bici sempre più sofisticate e specialistiche, e Demo 11 (qui la spiegazione di HighGear) è emblematica in questo senso. Eppure esiste ancora chi decide di sfidare i limiti di un telaio rigido anche nei contesti più estremi. È il caso del rider polacco Marcin Matuszny, protagonista di una delle storie più particolari sopraggiunte dalla recente tappa di Coppa del Mondo in Corea del Sud.

Marcin Matuszny e la sua Dartmoor Horne
Matuszny si è infatti presentato alle qualifiche della prova inaugurale della stagione con una Dartmoor Horne, rigida, anche se ovviamente equipaggiata di tutto punto con una forcella RockShox Boxxer di ultima generazione. La sua è sicuramente una scelta fuori dagli schemi, lontanissima dai progetti sempre più estremi, progettati specificamente per assorbire velocità, impatti e compressioni che oggi caratterizzano i tracciati di Coppa del Mondo. Certo, il percorso coreano era piuttosto atipico, con poco flow, e piuttosto “lento”, ma resta comunque una scelta da ago nel pagliaio.
Tornando al racconto, l’atleta polacco era riuscito in competizioni pregresse ad accumulare abbastanza punti UCI per accedere alla Coppa, trasformando così quello che sembrava un progetto quasi simbolico in una presenza reale all’interno del massimo palcoscenico della disciplina. E proprio questo aspetto ha attirato rapidamente l’attenzione degli appassionati: vedere una hardtail in mezzo alle moderne Downhill ha inevitabilmente acceso nostalgia (verso gli anni del DH primordiale) e altrettanta curiosità.

La realtà della pista, però, si è dimostrata cruda come ci si aspettava. Durante la prima sessione di qualificazione Matuszny è caduto più volte, senza riuscire a ottenere un tempo sufficiente per accedere alla Q2. Il suo weekend si è quindi concluso anzitempo, ma non senza lasciare un acceso dibattito all’interno dell’ambiente Gravity.
Correre la Coppa del Mondo con una hardtail. Scelta coraggiosa o simbolo di inadeguatezza?
A far discutere è stato soprattutto un episodio avvenuto durante le qualifiche, quando il giovane talento americano (poi vincitore finale) Asa Vermette si è trovato costretto a superare Marcin in un tratto particolarmente sconnesso del tracciato. Un momento ripreso dagli spettatori e rapidamente diventato virale sui social. Vermette, nonostante il rallentamento, ha comunque chiuso la sessione con il miglior tempo senza grandi problemi.
L’episodio ha generato reazioni contrastanti tra piloti e addetti ai lavori. Da un lato c’è chi ha apprezzato il coraggio e l’approccio di Matuszny, capace di riportare al centro una certa idea romantica della Mtb. Dall’altro, diversi colleghi hanno sollevato dubbi sulla reale adeguatezza in un contesto tecnico e competitivo come quello della Coppa del Mondo.

Negli ultimi anni l’UCI ha lavorato per aumentare il livello professionale delle competizioni Downhill, introducendo regolamenti più rigidi per l’accesso agli eventi World Series. L’obiettivo era selezionare griglie sempre più competitive e ridurre le differenze di livello tra i partecipanti. Tuttavia, il sistema di qualificazione continua a presentare alcune aree grigie, soprattutto nei paesi dove il livello medio delle competizioni nazionali consente di accumulare punti più facilmente.
In questo contesto, la presenza di una hardtail può essere letta in due modi opposti: come un gesto autentico e appassionato che richiama le radici della disciplina, oppure come una scelta semplicemente fuori scala rispetto alle esigenze attuali del massimo livello agonistico. O forse la verità sta altrove ed è ancora tutta da scoprire.













