Ci sono interviste che parlano di sport. Quella che Adolf Silva ha concesso a Gipsy Tales va però ben oltre: parla di come si continua a vivere quando la vita cambia per sempre.
Di Red Bull Rampage e dei suoi rischi si è discusso già molto (qui un approfondimento). Dopo l’edizione 2025, la più dura di sempre, il dibattito sulla sicurezza dell’evento è stato inevitabilmente al centro della scena.
Oggi si torna parzialmente sull’argomento. Nelle due ore della puntata si parla di molto altro, ma anche e soprattutto di questo. Partiamo subito con il dire il responso in questo senso: le parole di Silva restituiscono la consapevolezza di chi ha sempre saputo esattamente cosa stava facendo: «Stavo solo inseguendo qualcosa che nessuno aveva mai provato e a volte si paga il prezzo».

È una frase che racconta bene tutta la sua carriera. Perché Silva è sempre stato uno di quei rider capaci di vedere una linea dove gli altri vedevano soltanto una parete di roccia. Uno di quelli che hanno costruito la propria identità spingendosi costantemente oltre il limite, alla ricerca di qualcosa che sembrava impossibile.
Rampage ha rappresentato il punto più alto di quel percorso. Poi è arrivato il giorno che ha cambiato tutto. Uno dei momenti più forti dell’intervista arriva quando racconta i minuti immediatamente successivi all’incidente: «Quando mia moglie è arrivata lì ho detto: ‘È finita’. Ho detto: ‘Non sento più le gambe’. Sapevo che era finita al 100%».
Silva racconta di aver compreso subito la gravità della situazione. Eppure, paradossalmente, è stata proprio quella lucidità a diventare il primo passo della sua ripartenza.

Durante la riabilitazione non si è concentrato su ciò che aveva perso, ma su ciò che poteva ancora costruire: «La mia testa si è completamente spenta. Non pensavo a nient’altro che imparare tutto sull’infortunio». Ha studiato le lesioni midollari, le possibilità di recupero, i limiti della sua nuova condizione e gli strumenti per affrontarla. Non inseguiva miracoli. Cercava soluzioni.
Il primo obiettivo non era tornare a camminare. Era tornare a essere autonomo: «Onestamente pensavo che non avrei mai più avuto la mia indipendenza».
Così ha iniziato a ricostruire la propria quotidianità un pezzo alla volta. Trasferirsi dal letto alla carrozzina. Vestirsi da solo. Muoversi in casa. Gestire ogni gesto che fino a pochi mesi prima sembrava scontato.
E quando racconta i risultati raggiunti, non parla di bici, gare o salti: «In meno di tre mesi dall’incidente vivevo già da solo a casa».

È probabilmente questa la vittoria di cui va più orgoglioso, ma il passaggio che colpisce maggiormente riguarda il suo rapporto con il passato: «Guarderò indietro per tutta la vita e sarò depresso per tutta la vita oppure guardo avanti e trovo cose nuove».
Silva sembra aver scelto molto presto da quale parte stare. Naturalmente arriva anche la domanda che tutti vorrebbero fargli. Lo rifaresti? La risposta è immediata: «Sì, certo che lo rifarei».
Ma non c’è esaltazione del rischio nelle sue parole. C’è semplicemente la consapevolezza che le decisioni vanno giudicate per ciò che si sapeva: «Non ho mai avuto piani, nemmeno adesso. Sto solo vivendo il momento così com’è e vedere dove mi porta». Uno spirito che, con le sue parole, sa coinvolgere.
Per ascoltare l’intera intervista:











