
La Red Bull Rampage è da sempre sinonimo di coraggio e spettacolo estremo. Nel deserto di Virgin, nello Utah, il Freeride ogni anno (ri)trova la sua massima espressione: un mix di tecnica, creatività e rischio che incanta il pubblico e spinge i limiti dell’essere umano su una bici. Ma l’edizione di quest’anno ha riportato al centro del dibattito una domanda inevitabile: fino a che punto è giusto spingersi?
Partiamo dall’inizio. Dopo giorni di pioggia che hanno costretto l’organizzazione a posticipare le gare, è uscito il sole, che ha asciugato e regalato giornate spettacolari. Nella finale femminile a vincere è stata Robin Goomes, che si è confermata la rider da battere dell’evento. Tra gli uomini, invece, trionfo per il debuttante canadese Hayden Zablotny.
Dietro la bellezza, si è però consumata una delle edizioni più dure, segnata da più incidenti, di sempre. E questo ha certamente influenzato anche lo show.

Il caso più grave è stato quello dello spagnolo Adolf Silva, vittima di una terribile caduta durante un doppio backflip fallito. Trasportato in elicottero all’ospedale, ha riportato una lesione lombare, fortunatamente non invalidante. Lo stesso Silva ha ringraziato i fan via social, promettendo di concentrarsi sulla guarigione.
Anche lo svedese Emil Johansson è stato protagonista di un brutto incidente: una caduta da un burrone che gli ha provocato la lussazione dell’anca destra, poi ridotta in ospedale. Ma ancor prima, non erano andate meglio le cose sul fronte femminile: la canadese Casey Brown ha subito la frattura del piatto tibiale, mentre la connazionale Vaea Verbeeck ha riportato una clavicola rotta, due costole fratturate e un collasso polmonare a seguito di una caduta in allenamento. E l’elenco dei bollettini medici non sarebbe mica finito, ma meglio non dilungarsi oltre.
Come detto, un bilancio pesante, forse il più corposo nella storia recente della Rampage, che ha lasciato un importante senso di amarezza (di cui tenere conto). Forse si sta spingendo l’evento verso un punto di non ritorno, cercando a tutti costi facile visibilità.

Ogni trick richiede oggi una precisione millimetrica. L’errore non è più una possibilità contemplata, ma una condanna a infortuni potenzialmente permanenti. Le bici moderne sono sempre più performanti, ma i salti sempre più lunghi e veloci. Esperti del settore non parlano infatti di maggiore difficoltà. Oggi il tutto è “costruito” meglio, con rampe e landing ampi (e anche qui il dibattito: troppo artificiale?).
Il problema risiede nella velocità con cui si affrontano questi salti (in molti casi necessaria), che danno vita a run fluenti (e quindi “televisive”), sì, ma anche molto molto pericolose. Guardando video delle edizioni passate, dove non necessario, le bici correvano palesemente meno.
Difficile poi addossare responsabilità ai rider, che accettano questo rischio come parte della loro attività: molti di loro tornano, anche dopo cadute devastanti. Tuttavia, dall’esterno, diventa sempre più difficile prendere per buoni rischi che sembrano ormai strutturali. Forse per questo, dopo le ultime riflessioni, qualcosa andrebbe rivisto. Non si tratta di limitare lo spettacolo, ma solo rivedere qualche ‘track line’, per evitare di appiattire ancor più questo confine tra impresa e tragedia. Il rischio seduce e ci sta, ma a rischiare col fuoco prima o poi ci si brucia.












