«Una fatica così non l’ho fatta neanche al Tour de France!». Sono passati due anni da quando, nel marzo del 2022, Gilberto Simoni ha affrontato la leggendaria Cape Epic in coppia con Massimo Debertolis della Wilier 7C Force. Alla vigilia dell’edizione 2024, che ci terrà compagnia fino a domenica 24, abbiamo chiesto al trentino di raccontarci questa esperienza molto intensa.
«Alla Cape Epic si respira davvero aria da competizione – riflette Simoni – devo dire che pensavo fosse più “avventurosa”, invece ho trovato tanto agonismo, molto più di quello che mi aspettavo. Visto che il 90% del percorso è single track, se in certi momenti ti rilassi e abbassi un po’ la velocità arriva sempre da dietro qualcuno che ti grida di farlo passare, perché cerca di fare risultato. Non te la puoi cavare affrontando il percorso da turista, a differenza di quanto avviene, per esempio, in una gara come l’Himalayan Highest Mtb Race».
Una grande difficoltà che il trentino ha incontrato, soprattutto nei primi giorni, è stato il grande caldo: «C’erano temperature elevatissime e io venivo da allenamenti svolti in un clima completamente diverso. Il problema del caldo è che non puoi combatterlo: devi bere tanto, ovviamente, ma per il resto l’unica opzione che hai è sopportarlo e sperare di abituarti dopo un po’». Dopo un paio di giorni di temperature torride, la situazione fortunatamente è migliorata: «Ero partito molto forte nelle prime due tappe, ma il mio fisico non ce la faceva e quindi ho scelto di prendermi un paio di giornate più tranquille, per cercare di recuperare. La seconda parte della corsa è andata meglio anche perché il caldo è diminuito, quindi ho finito meglio di come avevo iniziato. Complessivamente, comunque, posso dire di essere andato oltre i miei limiti, sia in salita sia nei single track in discesa, dove seguivo Massimo che volava. È un’esperienza che mi ha portato a un livello superiore, ho guidato il mezzo (soprattutto in discesa) come mai avevo fatto prima».
Simoni si sofferma poi su un altro aspetto che rende molto ostica la Cape Epic: «Non hai mai il tempo di recuperare, a differenza di quello che avviene nei grandi giri. Al Giro o al Tour ci sono momenti in cui puoi metterti a ruota di un compagno, magari rilassarti un po’, anche affrontare una discesa senza prendere rischi: alla Cape Epic non puoi permetterti niente di tutto questo». La giornata tipo dei partecipanti è molto intensa: «Ti svegli prestissimo la mattina, ma questo non è un problema perché si sta bene, l’aria è fresca. Poi fai la tappa e arrivi di solito nel primo pomeriggio, nelle ore più calde della giornata. Puoi un po’ riposarti ma il tempo scorre velocemente e arriva presto l’ora di cenare e di preparare la bici per il giorno dopo. È bello, comunque, il confronto con gli altri atleti, sono momenti molto divertenti: complessivamente, è un’avventura da veri biker».
A proposito di avventura, Simoni ricorda poi il momento sicuramente più particolare della sua esperienza sudafricana: «Nella tappa più lunga e difficile dell’intera Cape Epic, io e Massimo abbiamo sbagliato strada interpretando male dei cartelli: già era una giornata in cui saremmo dovuti stare otto ore in bici, così sono diventate nove. Comunque, non c’eravamo accorti dell’errore finché non ci siamo trovati faccia a faccia con degli scimpanzé. Prima abbiamo visto alcune scimmiette più piccole che ci guardavano particolarmente incuriosite, poi abbiamo sentito delle grida ed erano questi scimpanzé, decisamente più grandi, che di fatto ci stavano cacciando perché eravamo in casa loro. Questo incontro ci ha fatto capire che avevamo sbagliato strada, perché non era possibile che da lì fossero già passati in tanti e gli scimpanzé se la fossero presa solo con noi: per cui siamo subito tornati indietro. È stata la giornata più impegnativa in assoluto, in molti si sono ritirati, altri sono arrivati di notte».
Il trentino, comunque, non ha mai pensato di mollare: «Riesco bene a gestirmi e a capire i miei limiti, per cui non sono mai arrivato al punto di non farcela più. Complessivamente è stato molto stancante, quindi non so se lo rifarei. La Cape Epic è comunque un qualcosa di unico, un’esperienza anche di vita che sicuramente non dimenticherò».













