Questa domenica a Val di Sole, la pluricampionessa italiana della mountain bike, Eva Lechner, ha disputato la sua ultima gara di Coppa del Mondo. La biker trentina ha infatti recentemente comunicato il ritiro a fine stagione e salutato il circuito internazionale, anche se ci sarà ancora qualche occasione per vederla in azione sulla sua MTB (ad esempio ai campionati nazionali di cross country). «Questo fine settimana è stato veramente speciale e indimenticabile per me. Per la prima volta sono andata a Val di Sole senza alcun obiettivo di risultato, ma solo per godermi l’atmosfera ed è stato bellissimo. Avendo annunciato che questa sarebbe stata la mia ultima presenza lì, domenica sono venuti a salutarmi un sacco di amici con cui abbiamo parlato dei tempi passati. Inoltre, i fan sono stati veramente calorosissimi ed è stato veramente magnifico lasciare la Coppa del Mondo in questo ambiente. Era proprio quello che volevo», ci ha rivelato la 38enne bolzanina.
Cosa ti riserva il futuro d’ora in poi?
«Ancora non ho un’idea chiara. La certezza è che questa stagione comunque non è ancora finita, perché disputerò ancora qualche gara. Ad esempio, sarò presente sia ai campionati italiani di cross country a fine luglio, sia a quelli di gravel. In quest’ultima disciplina proverò anche a cercare la qualificazione al Mondiale di fine anno, prendendo parte a qualche evento che assegna il pass nel mese di agosto. Infine, quest’inverno correrò la mia ultima stagione di ciclocross. Solo a quel punto appenderò definitivamente la bici al chiodo, ma l’obiettivo è ovviamente quello di rimanere comunque nel mondo del ciclismo. Ho già avuto offerte di diversi partner che mi voleva come ambassador dei propri marchi, ma vorrei anche avere l’occasione di mettere la mia esperienza al servizio dei giovani, provando a entrare nello staff di qualche squadra. Però questi sono ancora progetti in via di sviluppo… ora mi godo il momento».
Proviamo invece a ripercorre velocemente la tua carriera partendo dall’inizio: dove nasce la tua passione per il ciclismo?
«Da mio papà. Lui è un’amante dello sport in generale e, tra i tanti che vedevamo insieme, c’era il ciclismo. Ricordo che fin da piccolissima ho iniziato a seguire il Giro d’Italia e il Tour de France. Quelli erano gli anni di Marco Pantani e io mi sono innamorata subito del “Pirata”. Ricordo come se fosse oggi il giorno in cui ho comprato il mio primo abbigliamento ciclistico. Entrai nel negozio con l’idea di comprarmi il kit della squadra di Marco, quello verde, solo che le misure partivano dalla L, che era troppo larga per me. Ma io volevo proprio quello. Quindi lo presi lo stesso e per anni girai con questo completo enorme per me».

A che età è arrivata la prima bici?
«Fino ai quindi anni ho sempre usato una bici di seconda mano, ossia quella che mi passava mia sorella. Quell’anno, però, decisi che ne volevo una nuova. Lavorai per tutta l’estate come babysitter per racimolare quando bastava per comprarmi la mia prima mountain bike. Era una Giant con la forcella rigida».
A che età hai iniziato ad andare in bici?
«Sempre a 15 anni. Proprio in quel negozio vicino casa dove ho preso la bici ho conosciuto quello che sarebbe stato il mio primo allenatore: Antonio Gazzani. Fino ad allora avevo provato un sacco di sport: palla a mano, basket, atletica leggera, ma nessuno mi aveva convinto. Lui aveva una squadra con la quale prima mi ha fatto allenare per provare se mi piaceva il ciclismo, io mi sono subito appassionata e così ho iniziato a fare le gare. Anche se inizialmente facevo solo strada, il passaggio alla mountain bike è arrivato l’anno dopo, a 16 anni».
Tu sei stata una delle prime atlete, italiane e non, a portare avanti in maniera seria la doppia disciplina. Come è nata questa scelta?
«Io sono passato all’agonismo correndo appunto su MTB, ma Edi Telser (allora allenatore di Eva e oggi ct della nazionale svizzera, ndr) aveva un passato su strada e mi faceva allenare anche lì. Lui ha sempre ritenuto importante per il mountain bike fare anche delle uscite su strada. A forza di allenarmi e di fare qualche corsa a tempo perso, mi sono detta che potevo provare a prendere più sul serio questa disciplina. Così nel 2007 provai disputare una primavera tutta incentrata sulle classiche del Nord, correndo anche Fiandre e Freccia Vallone. Quell’anno vinsi anche i campionati nazionali su strada e da allora ho sempre corso almeno un giro a tappe a stagione. Solitamente facevo il Giro del Trentino, anche solo per cercare la condizione giusta, arrivando nel 2014 a disputare addirittura il Giro d’Italia».

Perché non è mai arrivato il passaggio definitivo al ciclismo su strada?
«Perché mi sono sempre sentita una biker dentro e amo l’ambiente della MTB. La strada mi piaceva usarla per allenarmi o per preparare un evento importante. Spesso correvo un giro a tappe qualche giorno prima di una prova di Coppa del Mondo o di un appuntamento importante, perché mi aiutava a migliorare la resistenza e la condizione. Però sono stata sempre io in primis a scegliere di non passare mai del tutto su strada, nonostante mi è stato più volte proposto. Bisogna anche dire che allora il ciclismo femminile su strada non era ai livelli di oggi. Sia per supporto che i team davano alle atlete che facevano la multidisciplina, sia per l’attenzione mediatica che girava intorno a quel mondo, sia per una questione di guadagni. Basta pensare che io quando correvo in entrambe le discipline sono sempre stata costretta a fare il doppio tesseramento. Cosa che adesso sarebbe al quanto particolare».
Nonostante ti sei approcciata “tardi” alla bici, i risultati sono arrivati fin dalle categorie giovanili, arrivando tra le elite con diverse aspettative. Come hai vissuto tu questo passaggio e quali sono state le difficoltà che hai incontrato?
«In realtà io ho sempre avuto la sensazione che quando ero giovane fosse tutto così facile. Andando molto forte fin dalle categorie junior, non ho sofferto tanto il passaggio. Anche perché allora non c’era come oggi una gara a parte, ma si partiva tutti insieme: elite, U23 e junior. Non mi scorderò mai quando durante la mia seconda stagione da junior presi parte a corsa a Nades in Francia. Si trattava di una gara internazionale, dove erano presenti tutte le migliori bikers del momento. Partimmo tutte insieme e io chiusi terza, dopo che per larghi tratti mi sono giocata anche la vittoria. Questo per dire che in realtà il passaggio per me è stato molto naturale. Ho sofferto molto di più la trasformazione della disciplina nel corso del tempo. Da quando mi sono affacciata io, ad oggi si è modificato tutto: bicicletta, percorsi, strumenti, organizzazione e tanto altro. Ad esempio, le gare di Coppa del Mondo erano di 2 ore e la categoria U23 non esisteva, c’era solo per europei e mondiali. Di fatto io a 18 anni ho iniziato a correre come un elite».
Qual è il tuo rimpianto più grande?
«Non aver mai vinto né un mondiale individuale, né una medaglia olimpica. Penso che la mia sia stata una carriera bellissima e piena di soddisfazioni, ma quelle due mancanze un po’ pesano sul risultato finale».

Quando credi di esser stata più vicina a questi risultati e perché sono scappati?
«Per quanto riguarda i Mondiali la sensazione di avere le gambe e la condizione per vincere l’ho avuta più volte. Ma, un po’ per sfortuna, un po’ per altre le situazioni avverse, non ho mai raccolto quanto voluto. Il rimpianto più grande, però, penso sia il Mondiale del 2013, quello a Pietermaritzburg (Sud Africa, ndr). Quell’anno stavo veramente bene, probabilmente il mio migliore in MTB. In Coppa del Mondo avevo corso tutte le tappe davanti, riuscendo spesso a giocandomi il successo e chiudendo seconda in classifica generale, dietro solo alla Zakelj. Forse anche lì un piccolo rimpianto c’è in quanto sono incappata in due forature, a Nove Mesto e Val di Sole, che costate il primato. Primato che poi non ho mai più raggiunto… Ma tornando al Mondiale, il giorno della prova mi sono giocata le mie carte e verso fine corsa eravamo rimaste in tre davanti: Bresset (francese che poi vincerà quell’edizione, ndr), Włoszczowska ed io. Mentre pedalavo sentivo che avrei potuto vincere e mi sembrava di avere una condizione migliore rispetto alla mie avversarie. Purtroppo, durante la discesa, sono caduta non senza conseguenze. Sono anche riuscita a ripartire, saltare una decina di atlete e chiudere in top 10. Quell’occasione sprecata è veramente un chiodo fisso nella mia mente che non va via».
Mentre per quel che riguarda le quattro presenze olimpiche?
«Pechino nel 2008 era la prima, quindi è stata un’esperienza speciale. Sono arrivata lì molto emozionata e forse anche un po’ distratta. Ma d’altronde andare a un’Olimpiade non è proprio una cosa che capita tutti i giorni. Quindi è facile perdersi nell’euforia del momento. Di umore molto diverso è stata invece Londra 2012. Quell’anno avevo tante speranze, che ben presto si sono trasformate in attese e pretese. Tutta la stagione si era incentrata su quell’appuntamento e per mesi si era parlato solo dell’Olimpiade. Ciò, però, è stato controproducente per me. In quella stagione ho faticato molto a trovare risultati, non sono riuscita a sbloccarmi prima della gara olimpica e una volta arrivata al grande momento ero troppo tesa. La condizione c’era, tant’è che poi nel resto dell’anno feci molto bene, ma lì mancò la testa. Non sono mai stata nel vivo della corsa e per questo motivo sono stato malissimo per diverso tempo. Il 17° posto l’ho vissuto come un’enorme delusione, tanto che arrivata a casa per giorni non sono riuscita a mangiare e vomitavo per lo stress accumulato. Rio 2016 e Tokyo 2020, anche grazie all’esperienza della precedente, le ho invece vissute in maniera totalmente diversa. Ero decisamente più rilassata e tranquilla. Sono quindi riuscita a vivermi meglio queste due manifestazioni, andando anche al di là del risultato».














