Il dilemma del biker: gomme morbide o dure? Lezioni dalla Coppa di Andorra

Gomme
La nuova Pinarello di Tom Pidcock. Qualche modifica nell’assetto c’è stata: tra queste, anche le coperture, ora Vittoria. Il britannico sembrerebbe aver utilizzato il modello Peyote, scorrevole centralmente, ma con tassellatura esterna.
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La pressione delle gomme resta uno degli enigmi più spinosi da risolvere, anche per i professionisti. La scelta dipende da mille variabili: peso, condizioni meteo, caratteristiche del tracciato, stile di guida. 

Il dilemma si riassume così: una gomma più morbida garantisce maggiore aderenza e trazione, soprattutto su fondi tecnici o bagnati, ma espone maggiormente al rischio di forature. Al contrario, una gomma più dura offre scorrevolezza e resistenza, ma tende a copiare meno bene il terreno, penalizzando grip e sensibilità. Ed è proprio ciò che l’ultima prova di Coppa del Mondo a Pal Arinsal (Andorra) ha riportato sotto i riflettori. 

A far discutere è stato il confronto tra le due strategie (opposte, ma solo riguardo le pressioni), adottate dai protagonisti della prova regina, l’XCO maschile: il 23enne transalpino Luca Martin (tra l’altro iridato tra gli Under23) e il due volte campione olimpico Tom Pidcock (che non ha bisogno di ulteriori presentazioni).

Martin, già vincitore dell’XCC, ha scelto un assetto con gomme morbide (CFR, per cui corre, è sponsorizzata da Schwalbe), a bassa pressione, che spanciavano bene sul terreno garantendo grip ma… non abbastanza resistenza. Una foratura ha infatti segnato la sua gara, complicata ulteriormente da una sosta problematica nei box, con qualche salto di catena di troppo.

Gomme
Luca Martin in azione. Per lui e i suoi compagni di Cannondale Factory Racing, coperture Schwalbe. La scelta è ricaduta sul modello Rick Race PRO. Una gomma scorrevole, per terreni principalmente battuti come quelli di Andorra. Simile a quella di TP: tutto si è giocato sulle pressioni.

Pidcock, al contrario, ha optato per gomme più dure (la sua bici è da quest’anno equipaggiata con coperture Vittoria, per l’occasione con il modello Peyote). Una scelta più conservativa, forse influenzata anche dalla sua formazione da stradista, che ha però pagato (anche se con qualche lamentela nella disamina post-gara): più sicurezza e affidabilità sui tratti pieni di insidie, come radici e rocce, che ad Andorra non mancano.

La foratura di Martin, con ogni probabilità, non avrebbe cambiato l’esito finale della gara: Pidcock aveva già aperto il gas e mostrava una superiorità netta. Ma ha rimesso in discussione il podio, con Martin lentamente sempre più vicino agli altri tenori.

Il confronto tra i due assetti è interessante non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per un discorso più amatoriale. Quanto osare? Alla fine Martin è stato fortunato a limitare i danni, ma il tema resta aperto. E magari merita un approfondimento a sé. In ogni caso, lo anticipiamo: come spesso accade è questione di equilibrio.