La Coppa del Mondo 2026 si apre con uno scenario completamente nuovo: calendario rivisto, meno gare di avvicinamento, pre-stagione più lungo e assenze pesanti tra i grandi protagonisti del circuito. Un mix che rende questa stagione una delle più incerte e interessanti degli ultimi anni. Tra nuovi percorsi, strategie per la preparazione invernale sempre più mirate e un equilibrio al vertice mai così evidente, capire chi potrà davvero emergere diventa una sfida complessa.
Per leggere al meglio questo momento della mountain bike abbiamo coinvolto Marco Aurelio Fontana, ex professionista e oggi telecronista di Eurosport, che nel corso della stagione ci accompagnerà con la sua analisi tecnica. Ecco il suo punto di vista su ciò che ci aspetta nella prima tappa in Corea del Sud.
La Coppa del Mondo 2026 parte più tardi rispetto agli ultimi anni. Secondo te come ha impattato concretamente nella preparazione degli atleti?
«In realtà, se guardiamo a un passato un po’ più lontano, partire a maggio non era affatto una novità: per tanti anni è stato lo standard. Nelle ultime stagioni si era anticipata di quasi un mese la data della prima tappa, arrivando addirittura a inizio aprile, e questo aveva inevitabilmente modificato tutta la programmazione. La vera differenza oggi non è tanto la data di inizio, quanto il contesto».

Contesto che ritieni sia sempre meno pronto ad accompagnare i bikers nei primi mesi della stagione?
«Decisamente. Nella prima parte dell’anno ci sono sempre meno gare internazionali. Questo incide parecchio perché, in passato, gli atleti avevano molte occasioni per testare la condizione, provare materiali nuovi e confrontarsi direttamente con gli avversari. Oggi invece molti arrivano alla prima prova di Coppa del Mondo con meno riferimenti. Questo significa che la preparazione è più “teorica”, più basata sull’allenamento e meno sulla gara. Di conseguenza, la prima tappa diventa un punto interrogativo: non sai davvero a che livello sei rispetto agli altri finché non sei lì in griglia».
A mischiare ancora di più le carte ci pensa una prima tappa in Corea del Sud, su un percorso completamente nuovo per tutti. Quanto pesa questa incognita?
«Tanto, perché non stiamo parlando solo di un tracciato nuovo, ma di un contesto completamente diverso. Hai un fuso orario importante da gestire, un clima differente e anche abitudini alimentari che cambiano. Sono tutti fattori che incidono sulla prestazione, soprattutto nella prima gara, dove c’è già tensione di base. In passato, quando si introducevano nuove location, spesso veniva inserita una gara “di avvicinamento” la settimana prima. Qui non è prevista, quindi l’adattamento diventa ancora più cruciale. Chi riuscirà a gestire meglio questi aspetti avrà sicuramente un vantaggio».
Aspetto da non sottovalutare anche l’assenza di tanti nomi grossi, come quelli di Pidcock e Hatherly per scelta, ma anche Koretzky per infortunio. Cambiano gli equilibri?
«Sono assenze importanti, ma ognuna ha una spiegazione diversa. Koretzky è fermo per infortunio, quindi è un’assenza “obbligata”. Pidcock ha sempre molta voglia di correre, ma sta rientrando da un infortunio e ha un calendario molto ampio su strada, quindi è comprensibile che gestisca le presenze. Hatherly, invece, fa una scelta strategica: ha già dimostrato tanto in mountain bike e ora punta ad altri obiettivi, su strada. È una cosa che succede spesso agli atleti più completi. Il lato interessante è che tutto questo apre la competizione e molti più atleti possono ambire al podio e alla vittoria».

In questo contesto così incerto, chi vedi come favorito per la stagione?
«È davvero complicato fare un nome netto, perché abbiamo visto pochissimi scontri diretti. Blevins resta sicuramente il biker di riferimento, soprattutto sui percorsi moderni, più veloci e costruiti. Lì ha dimostrato di poter fare la differenza anche in modo netto. Però quando il tracciato diventa più “old school”, più tecnico e naturale, il suo vantaggio si riduce e altri atleti riescono a emergere. Se devo guardare nel complesso, direi che i francesi sono il gruppo più solido: hanno tanti atleti competitivi e questo aumenta le probabilità che uno di loro faccia il salto».
Mentre a livello di team?
«Sicuramente Specialized sarà il faro della corsa. Però anche Cannondale e Scott hanno un organico forte e completo. La verità è che siamo davanti a una delle stagioni più aperte degli ultimi anni».
A proposito di Scott, la formazione svizzera affronta la sua prima stagione senza Nino Schurter. Che tipo di transizione ti aspetti?
«È una transizione importante, perché Schurter non era solo un atleta, ma un punto di riferimento assoluto. Quando perdi una figura così, cambia tutto: dinamiche interne, leadership e anche percezione esterna. Detto questo, il team ha comunque grande qualità. Püntener è il numero uno del ranking mondiale e questo dato va preso sul serio. Colombo ha talento e potenziale per vincere anche la generale, ma deve trovare continuità e una migliore gestione delle gare. Riley è giovane e può crescere molto. È una squadra che può fare bene, ma deve ancora dimostrare di poter essere dominante anche senza il suo leader storico».

Senza una figura dominante come Schurter, chi può diventare il nuovo volto della disciplina?
«Al momento non c’è un nome che spicca sopra tutti. E forse è proprio questo il punto: stiamo entrando in una fase più aperta, dove non esiste un dominatore assoluto e non è per forza un male. Anzi, secondo me è positivo soprattutto dal punto di vista dello show: ogni gara può avere un vincitore diverso e questo rende tutto più interessante. Per fare un paragone sportivo è una situazione simile a quella che vive oggi la Moto GP. Da quando si è ritirato Valentino Rossi stanno vincendo in molti, ma nessuno ha quell’aura e quel rendimento che aveva Vale».
Se ti chiedessi di fare un nome?
«Se devo fare per forza un nome, credo che dal punto di vista dello spettacolo Vidaurre sia sicuramente il biker più completo e allo stesso tempo più appariscente. Credo che possa ritagliarsi uno spazio importante sia in questa stagione, che nel futuro prossimo. Anche se questa sua follia potrebbe essere anche un freno per certi aspetti e difficilmente avrà lo stesso impatto di Nino. Se devo guardare a un movimento, invece, direi ancora i francesi: hanno profondità e qualità per tirare fuori un nuovo talento generazionale. Però indicare ora chi è impossibile».
Tra i nomi che possono ambire a un risultato grosso ci sono sicuramente anche i nostri Braidot e Avondetto. Cosa ti aspetti da loro?
«Sono due atleti diversi, in momenti della carriera differente e con approcci diversi. Braidot ha esperienza e sa come gestire la stagione. Non ha senso per lui puntare tutto sulla prima gara: è più logico costruire la condizione per alcune tappe specifiche, più adatte a lui e dove può fare davvero la differenza. Avondetto invece è in una fase diversa della carriera: da lui ci si aspetta maggiore continuità e presenza costante nelle posizioni di vertice. Deve correre per la generale e dimostrare di poter stare davanti per tutta la stagione già a partire da questo weekend».

In una annata così particolare, secondo te meglio partire subito forte o costruire nel lungo periodo?
«Nel ciclismo moderno tutti lavorano su almeno un paio picchi di forma durante l’anno. Pensare di essere al massimo già alla prima gara spesso non è la scelta migliore, soprattutto in una stagione lunga. Gli obiettivi veri sono più avanti: tappe storiche, Europeo e soprattutto il Mondiale. La prima gara la vince qualcuno, certo, ma non è lì che si decide la coppa. La gestione della forma oggi è molto più strategica rispetto al passato».
Chi potrebbe essere la sorpresa e chi invece potrebbe “risorgere” dopo un anno negativo?
«Flückiger è sicuramente uno di quelli da cui mi aspetto una risposta importante. Ha le qualità per tornare ai massimi livelli, ma l’età avanza e le cartucce ancora da sparare sono sempre meno. Poi ci sono giovani interessanti come Moir, Riley e Amos, che hanno mostrato di avere talento, ma devono trovare la continuità di prestazione. Discorso a parte per Vidaurre. Lui è già una realtà solida: è completo e competitivo su diversi tipi di percorso, ma credo che quest’anno potrebbe fare un ulteriore step».
Dando uno sguardo nella categoria U23, ma sempre restando in casa Italia, cosa ti aspetti da Elia Paccagnella?
«Paccagnella ha già dimostrato molto, soprattutto da junior. Ora è in quella fase in cui deve fare lo step definitivo. A questo livello, il talento non basta più: serve mentalità, continuità e capacità di gestire la pressione. Il team può aiutarti, ma alla fine sei tu che devi fare la differenza. Il ragazzo ha tutte le caratteristiche per riuscirci, quindi sarà interessante vedere come evolverà la sua stagione».

Chiudiamo con due pronostici: un nome per la prima tappa e uno per la Coppa del Mondo.
«Partendo con la premessa che fare nomi oggi è sempre un terno a lotto, per la Coppa del Mondo punto su un atleta francese: sono quelli più attrezzati nel complesso e su tutti ti dico Luca Martin. Per la prima tappa, invece, dico Martin Vidaurre. È una scelta rischiosa, ma ha le caratteristiche giuste per emergere in una gara così incerta».













