A meno di un mese dall’inizio della Coppa del Mondo 2026, abbiamo sentito una delle nostre punte di diamante: Luca Braidot. Con il corridore del Wilier-Vittoria MTB Racing Team abbiamo prima di tutto ripercorso il suo avvio di stagione, soffermandoci sulla recente esperienza alla Cape Epic, per poi approfondire insieme al biker friulano sogni, ambizioni e obiettivi in vista del 2026.
Luca, partiamo dall’anno scorso: il tuo 2025 si è concluso anzitempo con la caduta in America. Com’è stato il tuo recupero?
«Mi sono fatto male a ottobre, ho rotto la clavicola. Fortunatamente era un infortunio abbastanza gestibile: mi hanno operato subito e, una volta rientrato dalle vacanze, ero già a posto. Non ha influito più di tanto sulla preparazione, anche perché quello era comunque un periodo di pausa».
Dopo il secondo posto dello scorso anno, anche per questa stagione hai deciso di tornare alla Cape Epic. Come hai preparato questa gara?
«Esattamente come lo scorso anno. Abbiamo prima fatto un ritiro di squadra a Calpe a febbraio, concluso con la gara in Portogallo a fine mese. A inizio marzo ho disputato la prova di Albenga per testare le gambe e poi siamo andati in Sudafrica per prendere confidenza con terreno e temperature. Anche nel 2025 la preparazione era stata buona, semplicemente avevamo trovato una coppia più forte. Quest’anno siamo arrivati alla Cape Epic ancora meglio al livello di condizione, ma le tappe erano completamente diverse».

Spiegati meglio.
«Se lo scorso anno le frazioni erano più corte e adatte a noi specialisti del cross country. In questa edizione le tappe erano totalmente opposte: molto più lunghe e dure. Lo scorso anno la giornata più lunga è durata quattro ore. In questa edizione invece la tappa regina è andata oltre le cinque e tutte sono state sopra le quattro. Credo che nell’arco della settimana abbiamo corso sei o sette ore in più».
Dopo la “tappa regina”, infatti, siete crollati. Spiegaci bene cosa è successo?
«Semplicemente mi sono ammalato dopo la quinta frazione da 138 km, quella che abbiamo anche vinto. La sera avevo un po’ di mal di gola, ma durante la notte è peggiorato tutto: tosse, raffreddore e mal di stomaco. Non ho dormito e il giorno dopo ero completamente a pezzi. Nelle ultime due tappe ho sofferto molto, ero davvero in difficoltà. Nella penultima tappa abbiamo salvato la maglia di leader, ma abbiamo perso molto. L’ultimo giorno ho stretto i denti, ma ci siamo dovuti accontentare del secondo posto. A differenza mia Simo (Avondetto) ha avuto zero problemi e ha fatto una settimana a portarmi a spasso, davvero clamoroso. Sicuramente senza quel problema che mi ha colpito sarebbe stata tutta un’altra gara».
Che sensazione ti porti a casa da questa seconda Cape Epic?
«Sicuramente è stata una gara davvero molto dura. Nelle ultime due tappe ho sbloccato un nuovo tipo di sofferenza che onestamente non conoscevo e di conseguenza mi sono anche divertito meno. Le tappe erano molto veloci, su sterratoni e terreni mossi. Bisognava stare sempre davanti e concentrati. Più che provare ad attaccare e “accendere” la gara, era fondamentale non commettere errori: evitare forature, non rimanere indietro nei punti pericolosi e non rischiare nulla. È stata una gara molto mentale».

Nonostante tutto, ci torneresti il prossimo anno?
«Sì, assolutamente. Mi piacerebbe tornare per provare a vincere. Sono due anni che ci andiamo vicino e sappiamo che non è facile. In una gara del genere può succedere di tutto, ma sicuramente, se ne avremo l’occasione, ci torneremo per puntare alla maglia gialla».
Ultimamente si parla molto delle nuove ruote da 32 pollici, che proprio nella terza tappa della corsa sudafricana hanno visto il loro primo successo in una corsa di tale livello. Tu cosa ne pensi?
«Secondo me in quella tappa specifica non hanno fatto la differenza. Era una tappa piatta e sterrata, quindi la misura della ruota contava poco. Stehli e il compagno avevano una gamba incredibile quel giorno, avrebbero vinto anche con una 26”. Poi se le aziende stanno andando in quella direzione, un motivo ci sarà. Io però non le ho ancora provate, quindi non mi esprimermi».
Quest’anno avete anche una sorta di “secondo team”, con il vostro compagno Juri Zanotti che ha corso con Mathis Azzaro. Quanto è stato importante per voi?
«All’inizio ognuno faceva la propria gara, anche perché fino a metà settimana anche loro erano in lotta per la generale, ma cercavamo comunque di stare vicini per aiutarci in caso di problemi. Quando poi loro sono usciti di classifica e io invece sono andato in difficoltà, sono stati fondamentali. Nelle ultime due tappe sono rimasti con me anche se potevano andare più forte e mi hanno dato una grande mano».

Guardando avanti, la Coppa del Mondo parte il primo weekend di maggio con una novità importante: l’esordio in Corea del Sud. Cosa ti aspetti?
«Debuttare in una località nuova è sicuramente qualcosa di motivante. Andare in posti e su percorsi nuovi mi piace sempre molto. Quindi l’idea di andare a correre in Corea mi affascina. Ci saranno tante variabili da gestire, come il clima, il cibo e l’organizzazione, ma sarà così per tutti. Quindi è una sfida nuova, che mi stimola molto».
Come ti preparerai a questo evento? Qual è il tuo programma per le prossime settimane?
«Dovevo andare ad allenarmi sull’Etna, ma il tempo non lo permette, c’è ancora troppa neve. Quindi credo che farò un periodo di rifinitura a casa per arrivare pronto alle prime gare di Coppa. Il lavoro fatto finora è una base importante, alla Cape Epic abbiamo dimostrato di aver raggiunto un’ottima forma. Ora si tratta di rifinire e arrivare nella miglior condizione possibile a maggio».
Quali sono gli obiettivi per questa stagione?
«L’obiettivo principale è senza dubbio il Mondiale in Val di Sole. Vincere o fare un grande risultato lì, in Italia, sarebbe qualcosa di incredibile. D’altronde, correre un Mondiale in Italia è qualcosa di speciale e per me sarà il grande traguardo della stagione. Poi ovviamente c’è la Coppa del Mondo, che per il team è ovviamente molto importante, con l’ingresso di un’altra tappa italiana molto bella come La Thuile, dove sicuramente non mancherà il tifo. Quest’anno punto forte sul blocco di gare che ci saranno a luglio, dove si correranno ravvicinatamente in Valle d’Aosta, ad Andorra e poi il Campionato Italiano. Questo sarà un periodo delicato, dove bisogna stare bene e fare buoni risultati, così da avere poi il tempo e le energie necessarie per preparare nel migliore dei modi il mese successivo e arrivare al top della forma alla prova iridata».

Dopo i buoni risultati dello scorso anno, su tutti il doppio podio a Les Gets, ti senti pronto per tornare a vincere una prova di Coppa del Mondo?
«Il successo in Coppa mi manca dal 2022, che per me è stato un anno speciale, quasi magico. Ho vinto due prove (a Lenzerheide e Andorra, ndr) e sono salito sul podio al Mondiale di Les Gets. Quella stagione ero in una condizione davvero molto buona. Però negli ultimi anni sono andato spesso vicino alla vittoria, raccogliendo comunque diversi risultati importanti. Quindi sì, spero che possa essere l’anno giusto».
Come vedi il movimento italiano nel cross-country oggi?
«Sta crescendo tanto. Ci sono diversi atleti davanti e anche tanti giovani molto forti che stanno emergendo. Secondo me stiamo diventando una delle nazionali più competitive e di riferimento nel cross country, e i risultati lo dimostrano. Sia in Coppa che nelle prove internazionali siamo sempre lì davanti e spesso con più di un atleta. Se parliamo di elite, Martina (Berta) ha vinto il bronzo Mondiale due anni fa, Simone (Avondetto) ha fatto secondo lo scorso anno nella prova iridata, ma anche ragazzi che sono sempre lì con i migliori come Juri (Zanotti) o Filippo (Fontana). Tra i giovani, poi, ci sono Elian (Paccagnella) che sta crescendo bene, Valentina (Corvi) che è un talento incredibile e Sara (Cortinovis) che lo scorso anno ha fatto un bello step. In generale sono tantissimi i ragazzi che dalle categorie under stanno venendo su molto bene».
Ti chiedo un tuo giudizio su Avondetto, che alla soglia dei 26 anni è ormai arrivato alla stagione della sua definitiva maturazione. Dove pensi possa arrivare?
«Secondo me Simo è un atleta fuori dal comune e che porterà tanto all’Italia. A livello di talento lo paragonerei a Kerschbaumer. Per me lui è destinato a finire tra i grandi nomi del cross country».














