Negli ultimi anni, l’aerodinamica ha smesso di essere un’esclusiva del ciclismo su strada per affacciarsi sempre più concretamente anche nel mondo della mountain bike. Una transizione che si è intensificata nelle ultimissime stagioni, dove ogni dettaglio sembra poter fare la differenza, soprattutto nelle frenetiche gare XCC, caratterizzate da alta velocità, scie e distacchi minimi.
Abbiamo già visto body aderenti, copriscarpa e abbigliamento tecnico studiato per ridurre al minimo la resistenza all’aria (qui un altro approfondimento). Ora, ad aggiornarsi, è toccato al casco.
Le novità scovate in Val di Sole
In Val di Sole, tappa iconica del calendario di Coppa del Mondo, alcune delle squadre più blasonate hanno mostrato chiaramente questa tendenza: il casco è diventato un elemento attivo dell’assetto aerodinamico, scelto e modulato in funzione della tipologia di gara e delle condizioni ambientali. Non è stata la prima occasione, ma quella in cui questa tendenza si è mostrata in forma così lampante sì.

La scelta dello Specialized Factory Racing
Specialized Factory Racing, lo “squadrone” del momento, ha adottato un approccio differenziato: nella prova XCC, il team ha optato per il modello Evade 3, più “chiuso” e pensato per offrire minore resistenza all’aria. Nella XCO, invece, è tornato in scena il più ventilato Prevail 3.
Una scelta coerente con le esigenze delle due discipline: massima penetrazione aerodinamica nella Short Track, maggiore comfort e traspirabilità nella gara lunga e impegnativa. La strategia è stata adottata sia dagli uomini del team, come Christopher Blevins e Victor Koretzky, sia dalle donne, con Sina Frei in testa. Diversa invece la decisione di Laura Stigger, forse influenzata dalla livrea RedBull, che la sponsorizza.
Anche Cannondale conferma la tendenza
Ma non sono stati gli unici “americani”. Anche il team Cannondale Factory Racing ha mostrato attenzione all’aspetto aerodinamico. Il nuovo acquisto Luca Martin si è dimostrato un esempio emblematico: è passato dal Kask Utopia Y, al più aperto Valegro nel corso del weekend.


Una scelta condivisa solo in parte dagli altri compagni di squadra, come Aldridge e Neff, che hanno preferito il più recente Elemento, meno estremo ma comunque performante. Da segnalare, nel caso di Martin (seguito anche dal giovane canadese Cole Punchard), anche l’uso dei copriscarpa in Val di Sole: un accorgimento che pochi altri hanno replicato, probabilmente scoraggiati anche dal caldo intenso.
E Wilier?
Infine, il Wilier-Vittoria MTB Factory Team, che anch’esso ha seguito una linea ben precisa: tutti i rider sono passati dal casco Met Manta, molto chiuso e aerodinamico, al più ventilato Met Trenta, a testimonianza di un’attenta analisi dei percorsi e delle temperature.

Quale casco usare, non più solo una scelta estetica o di marketing
In tutti questi casi, a differenza di altre situazioni, il dubbio non sussiste. La scelta del casco non è una questione meramente estetica o di sponsorizzazione (non si può nascondere nulla): si parla di vera e propria ottimizzazione prestazionale, dove ogni componente, compreso quello che protegge la testa, viene selezionato in funzione della strategia di gara.
Certo, non si tratta di un’innovazione del tutto nuova, né di una fonte di guadagno (in termini di velocità) radicale. Ma, dove i margini sono minimi, anche pochi watt risparmiati (o km/h guadagnati) possono significare un piazzamento migliore. E poi ci sono i punti, i vari ranking, la griglia di partenza della gara successiva. Certamente, la sfida è lanciata, e l’aerodinamica, anche in fuoristrada, non è più un dettaglio secondario. Vedremo dove questa evoluzione porterà.















